mercoledì 23 maggio 2012

Del condividere, del postare

Il mio primo ricordo certo che ho della vita itagliana, escludendo la cerimonia di apertura di Italia 90 e la terribile mascotte (che scopro oggi chiamarsi “Ciao”), è la strage di Capaci, di cui oggi cade il ventesimo anniversario.
Mi ricordo l’autostrada distrutta, i telegiornali in edizione speciale e soprattutto i miei genitori sconvolti e ammutoliti. Mi ricordo il mio babbo che stringe forte il telecomando del vecchissimo Sony e che si lascia scappare fra i denti “assassini schifosi”.
Io non capivo cosa stava succedendo, ma mi ricordo perfettamente che tutti erano spaventati, anche se a me sembrava ingiustificato aver paura per una cosa così lontana.
Avevo otto anni: internet non era diffuso, le notizie le apprendevamo dalla televisione, non c’erano cellulari da chiamare ma solo numeri fissi (quando ancora si facevano senza prefisso nella propria città), nessuno montava squallidi video su youtube con le foto, le canzoni strappalacrime, e le frasi che nemmeno Fabio Volo. Il dolore e l’indignazione erano, nel 1992, una roba quasi privata.
Ci furono fiaccolate e cortei, ma senza l’evento creato su facebook.
Tutti erano (io no, non capivo) sdegnati e angosciati, pur senza condividere il video “è volata in cielo una stella”, oppure l’immagine nera del profilo in segno di lutto.

Oggi, purtroppo, domina la cultura del “condividi”.

Muore un personaggio celebre? Partono i video “the best of”, gli status su face book diventano tutti frasi identificative del personaggio stesso, si sprecano le foto del profilo raffiguranti il compianto e, must dei must, si diventa fan del morto. Gente che fino a tre ore fa se ne sarebbe fregata, è tutta fan dello scomparso: che sia calciatore, cantante o pallavolista. Si sprecano i commenti e si scovano in rete video amatoriali, scrivendo mi mancherai. Ora, o lo conosci (e allora ho la sensazione che tu non abbia bisogno di rendere tutto questo pubblico), oppure mi chiedo chi ti mancherà? Uno sportivo di cui non hai mai visto una gara intera, un cantante la cui musica non si lega ad alcun ricordo della tua vita o un qualunque artista di cui hai sentito una volta parlare, su Rai Educational?
Ovviamente, però, tutto questo diventa un meraviglioso riempitivo di presunti telegiornali, che con i numeri della fanpage, le frasi a tema e il corollario del trash ci riempie i servizi dedicati.

Accade una strage? Non ci si riflette più nel buio della propria cameretta, che ormai è talmente old style che nemmeno mai nella vita. Oggi si pubblicano post indignati simil “noi non ci stiamo” (perché c’è davero qualcuno, esclusa la frangia di folli estremisti, che ci sta davvero a certe barbarie?), si crea l’evento “accendi una candela davanti alla tua porta” (così la strada sarà illuminata da tante luci simile alle stelle del cielo, scrivono ne la “Descrizione Evento”), si fanno i video con sotto le canzoni di Noemi e le frasi ad effetto tipo “oggi in cielo c’è un angelo in più”, oppure “una stella nuova brilla nel firmamento”.  E non è che ‘ste cose le fanno gli amici degli scomparsi, che a voler dire potrebbero pure avere significato (se si lascia da parte il buon gusto), il dramma vero è che le pubblicano emeriti sconosciuti.
E no, non è umana pietas (che esiste da millenni, ante Zuckerberg), ma mancanza di rispetto e trash allo stato puro, più che una serata a ballare Lorella Cuccarini e Donatella Rettore. Ve lo dice una che non saprà niente di politica o sociologia, ma di serate trash ne sa a pacchi.

Succede una catastrofe (simil quelle da me evocate qui sotto)? Ecco, qua viene fuori il peggio: c’è la frangia dei sedicenti neo giornalisti che mette i link dell’ansa (perdersi la diretta minuto per minuto? Giammai!), c’è il gruppo che parte con l’iniziativa inutile degna di Macao (facciamo volare degli aquiloni, in memory of! Certo, dopo che lo tsunami m’ha buttato giù la casa l’aquilone è proprio quello che mi rappresenta. Grazie, amico! ), c’è quello che mette la foto sul profilo del Paese/Regione/Comune (te lo sai dov’è l’Uzbekistan senza fare una ricerchina sulle mappe di google?) e poi ci sono gli artisti, quelli che mettono la frase della canzone alternativa, ad effetto (c’è una regione affranta dagli incendi? Era un gioco, non era un fuoco! Certo, lo stesso gioco che spero ti induca all’autocombustione!).

Ecco i social, andrebbero inibiti a fronte di certi eventi. O almeno vengano resi a pagamento: se ci si arricchisce su tutto, non ci si può arricchire anche sulla stupidità altrui?

mercoledì 16 maggio 2012

Degli alternativi, degli hipster

Io amo i film catastrofici, quelli dove moriremo tutti. Adoro le pellicole incentrate sulle catastrofi naturali (o stellari) che sterminano l’umanità tipo “Independence Day”, “Armageddon”, “Deep Impact”, “1997: Vulcano”, “The Day After Tomorrow”, “2012” et similia. Per dirla con sincerità, amo anche il ciclo “Alta Tensione” di Canale5, che è notoriamente uno tra i peggiori prodotti televisivi di sempre e per sempre.

Mi piacciono un po’ perché sono una cultrice degli effetti speciali (la scena in cui viene distrutta la Casa Bianca, in “Independence Day”, del lontano 1996, resta una fra le più belle di sempre, ndV), un po’ perché la mia parte intollerante vede in tali apocalissi più positività di quanto non appaia al primo sguardo.

Ovviamente di fronte a tali tragedie, io sarei la prima a morire (d’altro canto la mia proverbiale pigrizia e il mio culo grosso non mi salvano dalla cellulite, figurati te se mi salverebbero da un meteorite o da un vulcano) con, presumibilmente, tutta una serie di archetipi di persone che, per il bene dell’umanità, potrebbero pure sparire. Al di là del ti piace vincere facile?, quali assassini, stupratori, ladri, corrotti, violenti, nazisti, razzisti e simili, c’è un’altra categoria (la potrei definire piaga) che con cotanta tragedia potrebbe essere debellata. Gli alternativi o, come dicono i giovani d’oggi, gli hipster.

Tu, hipster con le espedrillias, tu con il tuo ipod le tue cuffie che a confronto quelle che Mathieu mette a Vic ne “Il tempo delle mele” erano piccole, tu che ascolti i Death Cab For Cutie solo ora che hanno chiuso OC (che prima erano troppo mainstream), tu che la televisione non la guardi dai tempi di “Non è la RAI”, proprio tu, amico del sole, potresti essere il primo. Ad esempio, potresti essere colpito da un geyser del vulcano che sta nascendo sotto di noi. Sì, tu come la prima comparsa che muore sempre dopo i titoli di testa, nei film che piacciono ammè.

E tu, amichetta con la frangetta lunga pettinata su di un lato, gli occhiali grandi e le bretelle arcobaleno rubate a Steve di “Otto sotto un tetto”, tu con la gonna a fiori della zia di tua madre e la maglietta di Godzilla rubata a tuo fratello, tu che da grande vuoi fare la regista di documentari, tu potresti essere la seconda. Potresti cadere nel cratere creatosi per il movimento delle zolle, proprio mentre ti rechi al mercato vegano, che nostra madre terra va protetta.

E te, artista di flickr, te che con la tua Nikon fotografi pattume e grattacieli dal basso verso l’alto, tu che ripudi il mercato globale ma hai l’iphone in tasca, il mac nello zainetto invicta e l’ipad nella borsa a tracolla, tu che sei appena uscito dalla mostra d’arte turca contemporanea, tu che non sei né etero né omosex perché rifuggi la classificazione sessuale, te potresti essere colpito dalla prima onda anomala.

E voi amici dell’anticonvenzionale, voi che fate le serate nelle fabbriche dismesse, suonando con cetra e violino la sigla di “Goldrake”, voi che fate i cineforum sociologici su “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” e “W la foca!”, voi che bevete solo la birra fatta in casa e dite di non sapere chi è l’attuale presidente del consiglio, voi che avete tutti la bicicletta ultraleggera in alluminio riciclato, voi, potreste essere colpiti dal raggio distruttivo degli alieni che aprono le ostilità. Una roba di classe, stile “Independence Day”.

Immaginiamo a questo punto un mondo senza gente vestita tipo mi sono cosparso di colla e mi sono buttato nell’armadio, senza sentenze ironiche che se non le capisci sei stupido, senza ipad come tutela del vivere civile, senza vegani che ti fanno la pippa se mangi una fettina ai ferri, senza occhiali finti e con flickr libero dalla pseudo arte.
Ecco, secondo me, sarebbe un mondo migliore.
Peccato solo per il deboscio, che non potrebbe più scrivere post come questo.

Facciamo che per il prossimo giro, mi organizzo e preparo un’altra categoria (piaga?) da eliminare.

PS: E  comunque, amico amante della fotografia e anche tu, futuro architetto, le foto ai palazzi non si fanno mai dal basso verso l'alto, con la fotocamera inclinata. Obiettivo decentrabile o banco ottico, signori.

venerdì 11 maggio 2012

Firenze l'è piccina / e vista da i' Piazzale / la pare una bambina

Latito da un po’. Non per assenza di contenuti, ma per mancanza di tempo et voglia. Qualche volta ti viene pure in mente un post, ma magari sei in mensa e non è che puoi metterti lì, in mezzo ai colleghi e scrivere un post sull’ipod o sul simil-blackberry (che, è tornato perfettamente funzionante. E, per la cronaca, è vero: una volta imparato ad usare è überfigo!). Oppure a volte succede che sono stanca, che sono stata anche a correre e dopo la doccia collasso e non mi riesce a svegliarmi nemmeno per biascicare la buona notte ad Azzurro.

Sono stata a Firenze, qualche giorno fa, che dovevo andare a riscuotere il mio regalo di compleanno (il teatro, anzi: il balletto), ma io sono molto fortunata, tanto che due giorni prima dell’evento c’hanno avvertito che la compagnia ha annullato la tournèe. Ovviamente, dato che sono un’ottimista, avevo prenotato l’albergo senza clausola d’annullamento (che tanto mica l’annullerei mai la prenotazione, pensavo) e quindi, dato che toccava pagare comunque, siamo stati lo stesso a fare un week end fiorentino, senza però essere week end.

Io a Firenze le voglio un po’ bene.

Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.

Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.

Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università: prima in viale Gioberti, poi a Novoli. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al caffè San Marco (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso (Dio, com’ero sbronza quella sera, ndV). Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.

In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.

Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Sono tornata con Azzurro, che anche se abbiamo fatto l’università insieme, non ci siamo mai incontrati. Abbiamo camminato tanto, per visitare i posti di ognuno, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.

Solo poi siamo andati in facoltà.
Lì, nella valle di cemento che mi ha visto dottoressa, m’è venuto un rospo in gola: è cambiato tutto, hanno aperto un cinema, una palestra immensa e H&M, il polo è finalmente finito e adesso Novoli ha la vaga idea del campus che avrebbe dovuto avere già otto anni fa. Hanno fatto poi pure il parco, anche se io avrei scommesso di no. Non c’era nessun viso conosciuto, c’era gente molto più giovane, nessuno che avesse varcato quei cancelli il giorno dell’inaugurazione. C’erano ragazze sedute sulle panchine a parlottare, che magari si lamentavano pure di qualche esame andato male e io l’ho invidiate tanto. Sembravano me, noi, con le stesse speranze e aspettative, prima che disattendessero tutte. Azzurro ha notato i miei sguardi e m’ha detto che è così che deve andare, è così che va per tutti. Ma pure lui ha rimpianti, da ex studente eccellente, io lo so. Era casa, ma non lo è più. E fa male, come non credevo.

Volevamo prenderci un caffè, in caffetteria, come sarebbe dovuto succedere un lustro fa e far finta di chiedersi ma te che curriculum hai scelto?, ma poi abbiamo desistito che ormai siamo due dottori.
Tanto, alla fine, è andata comunque così.

mercoledì 2 maggio 2012

Siamo fondati sul lavoro.

É stato il primo maggio, festa dei lavoratori e di San Giuseppe Artigiano.

É stato il primo maggio, giovane studente delle scuole medie, del liceo o dell'università che speri nel tuo futuro. Ti dicono che lo studio e la cultura ti garantiranno un roseo avvenire lavorativo, che ce la farai, che la situazione migliorerà e tutto si sistemerà. Io dico di studiare ma di non aspettarsi troppo. Però puoi sperare che un giorno il primo maggio sia anche la tua festa.

É stato il primo maggio, collega precario che lotti per quella noia mortale che dicono sia il posto fisso.
Ieri hai festeggiato ma il giorno, o il mese, o l'anno prossimo chi lo sa. Però si sa che ti fai il mazzo con la speranza della stabilità e che ti stanno rubando giorni e mesi che, no, non torneranno. Non fermarti (che chi si ferma è perduto) e, soprattutto, dietro di te son già pronti a farti la pelle.

É stato il primo maggio, ex collega disoccupato o cassaintegrato. Son tutti bravi a compatirti e a prendere le tue difese, politicanti e personaggi celebri del caso, eppure il dramma è tuo soltanto. Dicono che il lavoro aliena ma non averlo, sappiatelo, non migliora la situazione. Sii incazzato come già sei, non calmarti e pretendi quello che ti spetta. E poi non ascoltare mai chi propone risposte semplicistiche, che sono solo puttanate da salotto.

É stato il primo maggio, collega lavoratore, ormai considerato privilegiato. Ci fanno sentire come se fossimo dei miracolati, noi che ogni mattina ci rechiamo nel posto di lavoro. Non possiamo chiedere nulla perché già abbiamo avuto tutto, ci dicono. Sono grata e felice del mio lavoro, l'ho già scritto altre volte, ma ciò non leva che ne veda limiti e difetti. Ma non possiamo pretendere altro, nessun diritto, nessun adeguamento, pena essere tacciati di sfacciataggine. In pratica pure noi abbiamo le mani legate.

É stato il primo maggio, lavoratore al nero, senza contratto nè garanzie o sicurezze. Ti chiamano parassita, come se tu scegliessi liberamente questa situazione (chi la sceglie lo è senza eccezione alcuna), come se tu godessi della tua totale assenza di diritti e doveri. Fa sentire la tua voce, non smettere di essere incazzato e pretendi (sì, è una pretesa!) quello che ti spetta: cioè un maledetto contratto.

É stato il primo maggio, famiglie di lavoratori vittime di incidenti sul lavoro. Morti bianche, le chiamano i giornali e la televisione, per un paio di giorni si riempiono bocche di tutti con le frasi fatte e poi, solo dopo qualche ora, torna il silenzio. Si muore o si resta invalidi di lavoro, si piangono i propri cari per anni, nel mutismo di chi dovrebbe garantire almeno la sicurezza. Non restate in silenzio, non piegatevi al gioco messo in pratica, non cercate pietà o commiserazione ma giustizia e rispetto.

É stato il primo maggio, per tutti.

martedì 24 aprile 2012

De Tecnologia

Come ho scritto ieri, il mio compleanno è stato ricco (riccherrimo, direi) di regali.
Madre e Fratellino hanno ben pensato che io, donna nata nel primo lustro degli anni 80, laureata e con un impiego fisso, non potessi più possedere (e usare) un telefono normale, uno di quelli che telefona e invia sms e basta. No.
Per i miei consanguinei, una donna che lavora in un ufficio che amabilmente definisce “il cubo” (si, mi riferisco al film), che ha un impiego dannatamente simile a quello di Ugo Fantozzi e che veste Zara Woman (ma solo perché dentro i capi TRF non c’entro!, ndV), deve avere un telefono che sappia fare cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Quindi mi hanno regalato un telefono simil blackberry.

Partiamo dal fatto che io sono una persona pigra: nel 2005 comprai un cellulare della Samusng e da allora non  ho più cambiato marca, perché mi fa fatica imparare una nuova procedura.
Immaginatevi quindi una pigra che, dopo sette anni di onorata carriera da cliente Samsung, senza saperne una mazza né di touchscreen, né di 3G, si trova davanti un giocattolino che, se glielo chiedi gentilmente, ti fa pure il caffè.
Ieri sera abbiamo cominciato a conoscerci.
Oltre ad essere pigra, io sono pure diffidente, non dimentichiamolo.

Dicevo, ieri sera abbiamo cominciato a conoscerci: lui non si è dimostrato amichevole perché ha cominciato nascondendomi gli sms salvati nella SIM. Occhei, lo so che è molto bimbaminchia, ma io ai miei messaggini ci tengo molto, soprattutto a quei venti. C’è voluto di iniziare a premere tutti i tasti furiosamente, di maledire tutti gli dei egizi,  e di provocarmi un nervoso pari al primo giorno di mestruazioni, per riuscire a capire dove fossero finiti. E che nessuno si azzardi a dirmi hai provato a vedere in  “messaggi ricevuti”? Sì, certo, ovvio, lapalissiano che c’ho guardato, mica sono scema. Ma non sono lì! Sappiate che in questo telefono così capace, i messaggi salvati nella scheda sono in un’apposita cartella chiamata “Dati SIM card”.
Bene, dopo aver spippolato (che Word si ostina a correggere con “spappolato”, ma intendevo proprio “spippolato” che rende bene l’idea) per un’intera serata ero riuscita a risolvere le annose questioni de: messaggi, suonerie diversificate (quando chiama Madre parte “Mama Mia!” degli Abba. Almeno io so che, anche se sbronza o inconscia, devo comunque riuscire a mantenere un tono di voce simile all’umano), blocca schermo, importazione dei contatti da gmail e  icone delle applicazioni.
Mancava solo di sistemare qualche quisquilia, qualche cosina sui vari suoni di notifica, capire come mettere i percorsi brevi e cose così. Roba da corso avanzato, insomma. Ero soddisfatta. Magari non completamente, ma abbastanza.

Poi stamattina, il telefono ultratecnologico con tutte le sue centordici funzioni, sensibilità al respiro e scansione della retina, muore. Ho provato a smontarlo, cambiare la scheda, fare un rito sacrificale a Zeus ma niente, non si rianima. E che nessuno si azzardi a chiedermi  hai provato a caricare la batteria? L’ho detto una decina di righe fa, ma lo ripeto: mica sono scema.
Sperando di far valere i miei diritti di consumatrice et cagacazzi, dopo il lavoro vado al negozio con lo scopo di farmene dare uno nuovo, in modo che domani (oltre che ad essere festa della Liberazione), sia anche l’ufficiale giorno della mia emancipazione tecnologica.

lunedì 23 aprile 2012

27 +1

Ed un tratto, ta-dàhn!, i miei anni non sono più ventisette, ma ventotto.
Se ne parlava qui: anche se sembra ieri, è passato un decennio dalla ribellione adolescenziale ed un ventennio dal volere come regalo Barbie Luce Di Stelle.
Insomma, sono arrivata alla veneranda età in cui lo spettro dei trenta non è più uno spettro (bensì un riflesso di se stessi) e i venti iniziano ad essere ammantati di quello smalto che rende bello il passato a prescindere (credo si chiami polvere).

Sto invecchiando. Però con grazia, questo me lo concedo.

È stato un compleanno bello e ricco di regali, soprattutto, che sembrava quasi Natale.
È stato il mio primo compleanno con Azzurro (che, quanto a regali, ha dato il meglio di sé) e il primo senza le mie amiche, che avevano deciso di spargersi su tutto il territorio nazionale proprio questo week end (e io che, illusa, ho pure creduto che fosse tutto un bluff per una festa a sorpresa!).
In compenso ho soffiato i miei anni sulle candeline di Winnie The Pooh, che mi sono debitamente comprata, come un’ottenne (si dice?) qualunque.

E, per la cronaca, la settimana prossima vado a teatro a vedere la prima de “Il lago dei cigni”, nei posti migliori su piazza, in dolce compagnia, senza nemmeno avere il problema del checazzomimetto? (sempre che smetta di piovere, prima o poi).
Il resto, sono solo gli anni che passano.

lunedì 16 aprile 2012

“Questa nave non può affondare!” “È fatta di ferro, signore. Le assicuro che può affondare.”*

1998, Gennaio.

La piccola Viola non ha ancora 14 anni, frequenta la terza media, ha i capelli molto corti, non ha mai dato un bacio vero, ascolta i BackStreet Boys ed ha un appuntamento con altre due compagne di scuola davanti al cinema Politeama alle ore 15.
(Diversi anni fa, una tredicenne che usciva non aveva la libertà di una tredicenne moderna. Quindi andava al cinema alle 15, con tutta la digestione in corso, ndV.)
Paga il biglietto (che con la riduzione “studenti” costava circa cinquemila lire o giù di lì), prende una Coca Cola e si mette a sedere in galleria, senza avere un posto ben definito che, quindici anni fa, al cinema ti mettevi a sedere dove volevi.
Viola guarda il film senza mai commentare, cosa che faceva sempre anche all’epoca.
Si ritrova a sognare un amore così.
Si ritrova innamorata di un giovane attore imberbe.
Si ritrova a piangere per gli ultimi quaranta minuti di film.
Si riaccendono le luci in sala.
Viola è stordita, non sa bene cosa sia successo, ma sa che niente sarà più lo stesso: è iniziata l’era "Titanic".

Nei mesi successivi, Viola scoprirà l’adolescenza regressiva: tappezzerà la sua stanza dei poster di Leonardo Di Caprio, farà le prove di bacio con i poster stessi, imparerà a memoria per la prima volta il testo (e la traduzione) di una canzone in inglese (questa), si farà una cultura sul Titanic che nemmeno Cameron in persona, tornerà al cinema altre due volte (commuovendosi sempre), MTV diventerà il suo appuntamento fisso (perché il video della canzone di cui sopra, passa circa 30 volte il dì) e giurerà (credendoci davvero, ndV) amore eterno a Leonardo Di Caprio.

Passano i mesi, gli anni, Viola cresce, s’appassiona ad altro, ma quell’amore così adolescenziale resta.
Non potrà mai evitare di vedere quel film, ogni volta che lo daranno in tv (che, insieme a Via Col Vento e Pretty Woman, è il film che ha segnato la sua educazione sentimentale).

2012, Marzo

Bivaccando sul divano, tre settimane fa, scopro che Azzurro non ha mai visto Titanic.
Al mio “MA DAVVEROOO?!” con gli occhi sgranati, replica con un freddino “mattipare che sono stato al cinema a vedere Titanic?!”.
Detta a me, questa frase, ha lo stesso sapore di una BESTEMMIA.
D’un tratto, l’illuminazione sotto forma di trailer: ri-uscirà al cinema, in 3D.
Nessuno dei due ha vissuto l’esperienza di un film con gli occhialini.
Lo interpreto come un segno del destino. Andremo a (ri)vedere Titanic. Titanic in 3D. Titanic in 3D al cinema, quindici anni dopo.

Sabato è il giorno.
Facciamo scorta di caramelle gommose, patatine e Coca Cola, inforchiamo gli occhiali ed entriamo in sala dopo aver pagato il biglietto (che costa circa 13 euri compresi con gli occhiali, con un aumento -in quattordici anni- del 400% circa, sul prezzo del biglietto).
Intorno a noi, lo stesso pubblico eterogeneo di allora: ragazzine che non hanno mai visto il film (tra l'altro ci sono dei forum online sul film MERAVIGLIOSI redatti dalle stesse, ndV), famiglie, coppie in cui Lui è trascinato da Lei (come noi), gente che è lì solo per criticare, coppiette di bimbomynkia che cercano nel buio l’occasione per il pomicio facile, profani e adoratori.
Cala il buio e io mi isolo: non voglio sentire né voci, né ovazioni.
Già sui titoli di testa mi mordicchio il labbro che la sensazione di flashback è fortissima, quasi mi pare di avere accanto la me stessa tredicenne. Saranno tre ore lunghissime, già lo so.
Scopro che non potrò mai più vedere un film catastrofico senza 3D, che l’effetto che provi è come essere lì, in scena, fra Kate e Leo, sentendomi anche io un po’ Rose Dewitt Bukater.
Rose anziana (che, scopro da Wiki, è passata a miglior vita due anni fa), il ritratto ritrovato, la partenza del transatlantico, loro che si conoscono, la cena di gala: seguo tutto in apnea, mentre Azzurro si mangia tutta l’immensità di caramelle che abbiamo comprato.
Ad ogni scena, continuo a pensare che la versione restaurata è over the top: il film tiene botta al tempo in maniera magistrale, il digitale fa il resto.
Durante l’intervallo, mi accorgo che Azzurro, dietro la maschera di puro cineasta d’autore, s’è fatto prendere dalla storia più di quanto non voglia ammettere. Mi chiede “e ora che succede?”, gli rispondo nell'unico modo possibile.
Si affonda, per la prossima ora e mezzo. E cerchiamo di sopravvivere!

E sembra di affondare davvero: gli schizzi d’acqua sembrano colpirti, i corridoi hanno una profondità nuova che li rende claustrofobici, si ha quasi la sensazione dell’acqua gelida sulla pelle.
Si arriva al rush finale: la nave sta affondando, resta solo da scoprire chi e come si salverà. Non ce la faccio a più a mantenere l’espressione compita: mi sono sforzata fino adesso, ma ora non più. Lenti, scivolano via due lacrimoni che mi rigano le guance, seguiti da altri ed altri ancora, mentre tiro su col naso.
É un'ecatombe: piango sulla storia, sul tempo che è passato, sulla tredicenne di allora, sulla meraviglia che è l'uomo accanto a me. Sembro una fontana.
Penso anche a come abbia disatteso il mio amore eterno per Leo (che poi a rivederlo era davvero un bambino e non mi pace nemmeno più in questo film. Lo apprezzo più maturo e barbuto, com'è oggi, anche se sta con Blake Lively, ndV).
Non sono mai pronta, al finale.
Nessuno lo è, tant’è che non si leva la solita pantomima dell’applauso in sala (che non ho mai capito: chi si deve appaudire? La maschera? L’operatore di pellicola?), ma si sentono solo nasi tirare su e silenzio.

Si riaccendono le luci. Sembro un panda, che mi è colato tutto l’eyeliner (sì, lo so, sarebbe stato meglio non truccare gli occhi. O almeno usare del waterproof, machevidevodì, credevo di reggerlo, l’impatto emotivo!), il mascara e la matita che si sono impastati con il fondotinta che vi lascio solo immaginare.
Mi giro e vedo che anche Azzurro si è commosso: è l’unico uomo in sala con gli occhi lucidi. Sono innamorata una volta di più.

E Leo, amore della mia gioventù, capirà perché l’ho tradito e se ne farà una ragione, ne sono sicura.


*Che poi, secondo me, a definirla "inaffondabile", gliel'avevano proprio gufata!