sabato 11 luglio 2015

Dell'estate (la protezione 0 spalmata sopra il cuore)

L'estate con i suoi singoli che poi diventano tormentoni e poi, a settembre, non li tolleri più manco per sbaglio.

L'estate con il caldo che non ti fa dormire la notte e alle tre ti affacci alla finestra per cercare di respirare un po' e poi la mattina in ufficio sei uno zombie.

L'estate con i suoi concerti: migliaia di foto uguali con visi diversi, tutti ad urlare le stesse canzoni come se fossero scritte solo per noi.

L'estate con i suoi week end al mare, la sabbia dentro i sandali, la pelle che sa di crema solare, i capelli ingestibili che tanto domani saranno solo peggio, le cene a base di pesce e falanghina ghiacciata.

L'estate con le sue repliche televisive, i telegiornali che parlano del troppo caldo  (ma quest'anno la Grecia li ha messi in crisi) e le interviste davanti ai negozi il primo giorno di saldi, come se la vita fosse cristallizzata per tre mesi.

L'estate con i suoi tramonti da social network, belli solo se instagrammabili,  vissuti come se fossero uno spettacolo gratuito, ogni sera, nonostante le zanzare tigre.

L'estate.
Nonostante tutto, io la amo più che mai.

martedì 23 giugno 2015

Delle ferie

Sono stata in ferie, dopo più di un anno, senza dover fare nulla.
Rettifico: non lo so quanto tempo fosse che non prendevo dei giorni di ferie che non fossero funzionali a qualcosa.

Era davvero tanto tempo che non mi dedicavo a me per giorni interi.

Quindi di questa settimana di cazzeggio, annovero:

- mettermi in pari con la roba da stirare (non succedeva dall'anno scorso, tipo!);
- vedere l'amica girovaga, sentire le sue storie e sviluppare un'immensa voglia di andare in giro anche io;
- andare da Momo;
- riprendere i discorsi di un mese e mezzo fa;
- visitare una città bellissima e comprare un maglietta figa di Star Wars;
- mangiare i macarons;
- scoprire che non so camminare sugli scogli;
- fare il primo bagno in mare dell'anno;
- partecipare ad un bellissimo aperitivo sulla spiaggia, godendomi un tramonto spettacolare;
- stare con Momo;
- cantare con la stessa in macchina, come se di anni ne avessimo ancora 19;
- tornare a casa, fare colazione in un bar e stare seduta al tavolino per un sacco di tempo, senza sentirmi in imbarazzo;
- vedere Il Padrino per la prima volta;
- cenare con tutte le amiche scout e svariate bottiglie di vino;
- andare a ballare tutte insieme come quando eravamo piccole;
- mangiare, con le stesse, un pezzo di pizza alle quattro del mattino;
- andare in due in bicicletta sotto la pioggia;
- tornare a casa che è giorno e scoprire di non avere più il fisico.

Vorrei averne di più, di settimane così.

venerdì 29 maggio 2015

Della Color Run, della pioggia, delle amiche

Vorrei parlare di Color Run.
Vorrei davvero parlare di come sono stata bene, delle risate, di come tutto sia più facile se indossi un tutù viola e il tuo corpo (e la macchina fotografica di Filippo e l’auto dello stesso e il pavimento del bagno e qualunque cosa che abbia toccato, ndV) è letteralmente cosparso di brillantini iridescenti.


Vorrei descrivervi la sensazione di camminare per 5 chilometri con il prato bagnato e le nuvole di colore che ti si appiccicano addosso, che prima sei rossa, poi gialla e arancione (effetto epatite), poi meravigliosamente rosa fuxia da vera Barbie Girl, dopo blu come una Puffetta qualunque e infine cosparsa di glitter metallizzati che si vedevano da lontano.

Vorrei essere brava a rendere la sensazione di come sia ritrovare il proprio viso dopo la doccia, ridere, ascoltare musica che mette bene, spararsi prima i selfie e poi le polaroid, sentire il profumo della crema sul corpo come se fosse estate, rilassarsi in macchina, mentre canticchi e parli di 20 argomenti contemporaneamente.

Vorrei raccontarvi di come è bello cenare insieme, mangiare di ogni prelibatezza, bere vino, sorridere un po’ brilla, fare foto da mettere su instagram, parlare di tutta la popolazione virtuale come se fossero ex compagni di scuola (quindi male, con acidità et cattiveria!), sentire lo stomaco pieno, le gambe stanche, la testa lenta ma piena di buon’umore.

Vorrei farvi capire come è stato bello rotolarsi nel letto di Luisa, con la tisana buona e la tazza fighissima di Sheldon, farsi i video su snapchat, sentirsi come in gita scolastica, continuare a parlare sempre di tutto, sentire che la stanchezza sale sempre più e gli occhi cominciano a non reggere le troppe emozioni del giorno e finalmente dormire di un sonno pieno e senza sogni (forse il miglior regalo che potessi ricevere).

Vorrei potervi raccontare della luce pazzesca per i selfie nel terrazzo di Luisa e Filippo e delle colazioni belle in posti ancor più belli, scelti in quanto “molto instagrammabili”, ritrovandosi a colazione come se quella fosse la regola. Di come ci venga spontaneo chiedere la password del wifi prima del caffè e poi mangiare i dolcetti buoni in piatti bellissimi, che quasi ti spiace romperli con la forchetta.

Vorrei potervi mostrare la bellezza delle passeggiate a Santo Spirito, su Ponte Vecchio e poi in Piazza della Signoria, senza meta, come se uno fosse in vacanza davvero. Vorrei potervi far assaggiare il vino buono che abbiamo bevuto a pranzo, le polpette fritte che abbiamo mangiato e poi ancora il caffè signorile di Gilli, in mezzo a cento sorrisi.


Vorrei farvi stare dentro i negozi con noi: le mie amiche che cercano senza tregua e io che mi trascino su ogni divanetto disponibile, ridere e dare giudizi, toccare ogni abito indecise se comprarli tutti o nessuno, cercare una perfetta maglietta bianca che non esiste e scoprire che la cerchiamo tutte e tutte senza alcun risultato. E poi uscire con borse bellissime, come se fossimo in un film, sempre più stanche ma ancora con gli stessi sorrisi.


Vorrei che poteste sentire la tristezza degli abbracci davanti a Santa Maria Novella, quando ormai è giunta l’ora di salutarsi e di promettersi di rifarlo presto, ma tanto sappiamo già che non è mai tanto presto quanto vogliamo noi. E allora dirsi *ciao* con la voce rotta, con le gambe che ormai si tengono su a fatica, con la schiena che fa male in ogni dove, ma con la costante sensazione che se fosse sempre così, sarebbe davvero una figata pazzesca.


lunedì 13 aprile 2015

Deh (ablativo di argomento - traslato)

Dopo anni di rimandi, di impegni vari, di scarse capacità organizzative e ricchi coitillon simili, sabato mattina sono finalmente andata a nella patria adottiva di una delle mie migliori amiche.

Livorno è un po' un altro mondo rispetto al resto della Toscana: non c'è il rinascimento dietro ogni angolo, non ci sono le tombe etrusche, non c'è la fiorentina, non c'è quell'aria un po' snob di chi è stato la culla dell'italiano e non ci sono nemmeno tutte le dolci colline piene di girasoli che piacciono tanto ai turisti.
A Livorno c'è il porto, i parcheggi alla cazzomannaggia, le friggitorie, le sedi storiche del PCI, l'Accademia navale, un sacco di pavimenti a scacchiera, tanta gente in giro anche alle quattro del mattino e *boia deh* in ogni bocca.

E poi a Livorno, chevelodicoaffare, c'è la mia amica dottore che è la compagna di praticamente tutta una vita.
Quando ci vediamo, ogni singola volta, penso a quanto mi manca nella quotidianità e a quanto sia stata fortunata ad avere lei (e anche l'altra del trio storico) vicina ogni giorno, per anni.

Delle mie ore livornesi porto a casa, oltre alla vicinanza con questa amica speciale, la splendida sensazione di stanchezza da troppa vita e il sole che mi picchia in faccia, mentre psicanalizzo sconosciutie bevendo la spuma, come i vecchietti di paese.
In realtà, mi porto dietro anche le chiacchiere calme passeggiando per negozi, la giacca color corallo che cercavo da mesi, l'aperitivo vegano, Enrique Iglesias, il fritto più buono del mondo, lo spritz, ballare nei bar, ballare per strada, sentirsi come dentro ad una festa, ballare in discoteca, i caffè sulle terrazze assolate, giocare con il cane, il libro di Paolo Nori, il vino buonissimo, la mia anima contabile, ballare come se non ci fosse domani, dormire poco, ridere troppo.

Livorno è una città caotica e colorata, come possono esserlo solo le città di porto.
E io, come ormai è noto, amo le cose caotiche e colorate, soprattutto in questo momento.

Perchè città come Livorno hanno il merito di tirare fuori una me stessa che sembra un po' in gita scolastica.
E quando trovo posti che tirano fuori questi nuovi lati di me, che mi piacciono di più di quelli che vivo ogni giorno, mi sento sempre molto euforica. Forse perché mi ricordano che non è ancora tutto perduto e che posso davvero essere leggera.

Quindi mi sa che a Livorno ci torno, ecco.

lunedì 23 marzo 2015

Andiamo a vedere Le Luci Della Centrale Elettrica!

Premessa:
Questa non solo è la pseudo cronaca sentimentale del concerto de Le Luci Della Centrale Elettrica, di sabato scorso, ma è anche una sorta di lettera aperta a Vasco Brondi.
È tutto scritto solo su di un piano emozionale, non c’è critica musicale (perché come ho già detto, non ne sono capace), non c’è voglia di giudicare con aria altezzosa, c’è solo un (brutto) tentativo di spiegare come (e perchè) questa musica mi piaccia così tanto.

E se gli alberghi appena costruiti
coprono i tramonti,
tu non preoccuparti,
tu non preoccuparti
(Le Ragazze Kamikaze_Per ora noi la chiameremo felicità)

Questa frase la canto urlo spessissimo quando esco dal lavoro, mentre guido e mi trovo incolonnata sul cavalcavia: solitamente c’è il sole che tramonta e la zona industriale che lo copre.
Non saranno alberghi, ma tant’è che rende comunque bene l’idea.
E io, cerco sempre di non preoccuparmi, ma non sempre mi riesce così bene.

Ed è con questo spirito, con questa vuota spensieratezza, che sabato sono andata  a vedere (ancora? Sì, ancora e comunque non abbastanza!) Le Luci Della Centrale Elettrica.
Rivederti, caro Vasco Brondi, era d’obbligo.
Urlare, una necessità.
Sentirmi come stessi “ballando sotto i bombardamenti” (cit.), un’urgenza.

Ho trascinato Luisa con me (il che dimostra che l’amicizia fra donne esiste, in quanto lei non ti aveva praticamente mai ascoltato), ho comprato i biglietti e sono venuta dalla sperduta provincia toscana, come una ragazzina o forse come una che si crede una ragazzina, ma non lo è più.
 

Fino a trent'anni avevi gli occhi verdi,
adesso sono ancora più belli.
Adesso che hai conquistato l'Inghilterra
e una piccola parte di te stessa
e niente dipende dall'allineamento dei pianeti
(Macbeth nella nebbia_Costellazioni)

Hai aperto con questa, il secondo pezzo dell’album nuovo, forse uno di quelli che ho dovuto ascoltare più volte per capire se mi piaceva davvero oppure no.
Quello che mi ha sempre convinto poco è l’arrangiamento: non così cupo, ma nemmeno così frivolo, ibrido direi, con quella voce fuori campo che mi fa salire le lacrime.
Ecco, suonata dal vivo, elettronica ed irriconoscibile, ballabile, folle, quasi spaziale è stata un’intro perfetta, che dava un’idea chiara di questo Firmamento Tour, di come fosse diverso, di come potesse davvero risultare una festa, ma non mesta (semi cit.).

Faremo dei rave sull'Enterprise,
farò rifare l'asfalto
per quando tornerai.
(Per combattere l'acne_Canzoni da spiaggia deturpata)

Mi è sempre piaciuta tanto quest’immagine, mi sa di quella follia scema dei vent’anni infarcita da immagini pseudo fantascientifiche di fine anni settanta. E poi, a ruota, uno dei versi più romantici che tu abbia mai cantato, una frase molto tenera travestita da banalità.

Quando intoni Per Combattere L’Acne, le ragazzine minorenni intorno a me hanno tutti gli occhi a cuore, ma secondo me capiscono meno di un terzo di quello che dice la canzone: una addirittura urla “siamo l’esercito del surf”, il che la dice lunga.
Io urlo, non ci provo nemmeno a cantare, urlo strozzata perché ci sono una miriade di sensazioni che mi prendono al petto come fossero pugnali volanti.




Cos'è la giovinezza in fondo cosa doveva essere
oltre a questa tremenda corsa in Ciao 
sotto la pioggia 
al vento verso casa di qualcuno. 
(40 Km_Costellazioni)

Non credevo che la suonassi questa, almeno non così solo con la chitarra, quasi a scazzo, come se fossimo fra amici sul lungomare deserto in una notte di fine estate.
E invece l’hai fatta.
Ed è ancora meglio che nell’album.

Ci sono evocazioni epiche, immagini dolceamare, la sensazione di lasciarsi indietro dei pezzi –irrimediabilmente- , una sorta di dolcissima malinconia. Forse è per questo che mi piace così tanto questo brano, forse ultimamente è il mio preferito di Costellazioni.

Con me non devi essere niente.
[…]
Addio fottiti, ma aspettami.
(Piromani_Canzoni da spiaggia deturpata)

Piromani è il mio pezzo preferito dei tuoi, in assoluto. Non lo era, all’inizio, ma poi lo è diventato.
Ci sono un sacco di parole, in Piromani, tantissime, alcune delle quali particolarmente desuete ma molto musicali.
È servito del tempo per tutte quelle parole: dovevo capirle, impararle, farle un po’ mie. Ma in mezzo a quel fiume in piena c’è sempre stata, chiara e limpida, una delle frasi più belle di sempre , dolcissima ma non banale o scontata. Addio fottiti ma aspettami..
E poi c’è quel trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città, che chiunque è cresciuto in provincia la sente cucita addosso, come un’ombra.

Quando l’hai attaccata, sabato sera, urlavi come un pazzo, non si capivano le parole, ma non c’è un altro modo di farla, se non con quella rabbia lì, con quei graffi e quella forma. Ogni volta che canti Piromani, ogni singola volta, mi chiedo dove tu la nasconda tutta quell’energia, che sei uno scricchiolino e non me lo so mica spiegare come tu faccia a urlare e saltare in quel modo.



E luna di Milano dimmi tu
Parlami di tutti i miei amici
Dei nostri sogni assurdi
Che si sono avverati
(Questo Scontro Tranquillo_Costellazioni)

Tutti quelli che ti danno del coglione, Vasco, oppure che dicono che sai solo mettere parole a caso in fila seguendo un vago concetto di metrica, mi sembra evidente che non abbiano mai ascoltato bene quello che scrivi. In Questo Scontro Tranquillo, uno dei pezzi più positivi di Costellazioni (e dei più ballabili, soprattutto dopo l’altra sera) citi indirettamente Leopardi, addirittura. E quindi direi che no, non sono parole a caso.

E vedere come abbiamo ballato tutti, saltato, cantato e come sorridevamo è l’evidenza empirica che arriveremo tutti felici da fare schifo a liberare tutti i pianti trattenuti di qualcuno. E sarà bellissimo e allegro, proprio come dici tu.

E sempre come un amuleto
tengo i tuoi occhi
nella tasca interna del giubbotto 
(Quando tornerai dall’estero_Per ora noi la chiameremo felicità)

Con questa canzone ti ho incontrato, anni fa, questa è la canzone di un’estate lontanissima. È così delicata e rude insieme, tremendamente romantica senza essere stucchevole, che mi commuove.

E' solo un momento di crisi di passaggio,
che io e il mondo stiamo attraversando
E' solo un momento di crisi di passaggio 
che io e il mondo stiamo superando 
(I destini generali_Costellazioni)

I Destini Generali sono un pezzo maestoso: non c’è una parola migliore che mi venga in mente per descriverlo. Il coro iniziale (che dal vivo è meno imponente ma comunque calzante), le immagini evocate, le parole scandite e urlate ma non gridate e l’ottimismo che c’è dentro (sì, è maledettamente positivo. Positivo come poche altre canzoni in generale!) sono un inno a farcela, carico come pochi altri.
Quante volte, Vasco, tornando a casa, l’ho cantato forte per farmi coraggio, per non abbandonarmi, per credere che potevamo farcela io, te e il mondo.




Vedrai che scopriremo
delle altre Americhe io e te,
che licenzieranno
altra gente dal call center,
che ci fregano sempre,
che ci fregano sempre
(Cara catastrofe_Per ora noi la chiameremo felicità)

Avere trent’anni ed essere in palla con un cantautore sembra a tutti molto strano.
Avere trent’anni ed essere in palla con un cantautore sconosciuto alle grandi masse radiofoniche è forse socialmente poco accettabile.

Ma io sabato ero molto felice di ascoltarti, di ballarti e di rivederti ancora: tu sei riuscito a non farmici pensare troppo, a farmi divertire e farmi ridere, lasciandomi solo la genuina sensazione sottopelle di felicità e soddisfazione.

Sono un insieme di violenze e di speranze,
sono un rumore di scontri e di feste, 
di scontri e di feste

(La terra, l’Emilia, la Luna_Costellazioni)

Sarà che sono per metà emiliana, sarà che amo l’Emilia più di quanto ami la mia Toscana, sarà che citi il monumento dei cuori strappati appena fuori Cracovia, sarà che ho scattato una foto intitolandola su twitter “La Terra il Sole l’Emilia” e tu c’hai messo una stellina, sarà che l’idea di essere un rumore di scontri e di feste mi sembra bellissimo, ma  questo è il pezzo che dal vivo risulta forse il più coinvolgente.

Canti fermo, Vasco, chiudi gli occhi e sembri un poeta d’altri tempi, mentre le solite ragazzine minorenni non vedono altro che la giovane rockstar.

Ma in quel momento, per un momento solo, anche io nei miei trent’anni e nel mio disincanto, ti vedo come un eroe tragico.

Mentre parecchi facevano l'università
E alcuni si impiccavano in garage
Lasciando come ultime volontà le poesie di Vian 

(Fare i Camerieri_Canzoni da spiaggia deturpata)

Sarà che ci sono eventi successi negli anni in cui io facevo l’università che mi ricordano questa canzone, sarà che gli Stati Uniti bombardavano l’Iraq in quegli anni lì, ma io questo pezzo così rumoroso e violento, lo sento tanto dentro.

Ma non lo sento come un qualcosa di piacevole, ma piuttosto come un pugno allo stomaco.
Anche quando canti, anche mentre tutti ballano, io continuo a sentire quel pugno (un Ovosodo, avrebbe detto Virzì 15 anni fa) e mi chiedo qual è la storia di quella canzone, se la tua assomigli alla mia.

Forse si trattava di dimenticare tutto
come in un dopoguerra
e di mettersi a ballare fuori dai bar 
come ha visto in certi posti della Ex-Jugoslavia
(Le ragazze stanno bene_Costellazioni)
Non potevi non farla, Vasco, lo sapevamo tutti.
È bellissimo vederci tutti così rapiti da questo amore così poco convenzionale, invocare i nomi di Sara e Chiara e sperare –insieme- che stiano davvero così bene.

Stiamo cercando di farlo tutti: dimenticare e mettersi a ballare. Mi piace questo pezzo, mi piace per la sua leggerezza:tanto lo sappiamo che non c’è alternativa al futuro, l’abbiamo sempre saputo, solo che adesso abbiamo finalmente fatto pace con l’idea.


C’è stato molto altro, in quella balera spaziale (so che apprezzerai questo modo di dire), sabato sera: pezzi nuovi come Firmamento hanno trascinato tutti, pezzi vecchi riarrangiati che sembravano inediti, cover  che sono risultate quasi meglio degli originali, molta luce, molta musica, poco dormire e molto ridere.

È stato bellissimo, Vasco, ma non solo: è stato emozionante vederti divertire, è stato tenero quando hai abbracciato Giorgio Canali, è stato commovente vedere tutti quei ragazzini che sapevano i testi a memoria (ma la mia gelosia nei tuoi confronti è la stessa di quest'estate), è stato veramente uno spettacolo stellare.

Mi mancherai nei prossimi anni, già lo so.


(Ovviamente le foto sono quelle che ho fatto io con l'iPhone, in caso vi venisse il dubbio!)



giovedì 15 gennaio 2015

Extension for dummies

Parliamo di cose serie, di cose di estrema importanza, di robe che hanno un valore incommensurabile per noi donne.

Parliamo di capelli, croce e delizia di ogni donzella che si rispetti. Chi li ha biondi li vorrebbe mori, chi  li ha lisci li vorrebbe ricci (e viceversa), chi ne ha tanti ne vorrebbe meno, chi li ha crespi vorrebbe poter portare un caschetto ma tutte queste cose le sapete già e le sperimentate ogni giorno, lo so. Non esiste donna che si senta soddisfatta della sua capigliatura, manco fossimo tutte Sansone.

Ma soprattutto, non esiste donna che almeno una volta nella vita non abbia desiderato una chioma luuuunghiiiisssssiiiiiimaaaa e fluente, stile Barbie Frisè.

Ebbene, a proposito di questo, voglio fare outing.
Io non ho i capelli lunghi.
Io ho le extension.
Ma soprattutto, io amo profondamente le mie extension.

Di conseguenza, vorrei fare un po’ di chiarezza, sfatare i falsi miti e spiegare bene come funziona il tutto.

(Tratto da una storia vera.)

Partiamo dall’antefatto.Io ho i capelli più crespi che mossi: boccolosi e morbidi sotto, modello cugino IT sopra. Tali capelli (che da oltre dieci anni vengono sottoposti a piastra) stanno anche diventando molto bianchi (soprattutto sulle tempie e sopra, sulla divisa), di conseguenza vengono tinti alla radice dal… boh, mi pare di ricordare dal 2009.

Li tagliai, sotto l’egida di Santa Katie Holmes madrina dei capelli perfetti e dei matrimoni d’interesse, ottenendo un cortissimo caschetto nel dicembre del 2010, dopo oltre un biennio di capello medio lungo. Il taglio era molto carino, ma anche molto ingestibile per chi –come me- non è una liscia naturale.


Da allora, negli ultimi quattro anni, ho cercato di farli allungare, peccato che –usando la piastra pressoché quotidie- le punte si spezzino/sdoppino/sfibrino di continuo rendendo necessaria una spuntatina trimestrale.


Quest’estate sono giunta alla massima lunghezza ottenibile, seppur con delle doppie punte così grandi che, ogni volta che li spazzolavo trovavo mezzo toupe di Moira Orfei per terra.


A settembre (come le nonne insegnano) ho tagliato via tutta quell’ecatombe di capelli sfiniti.
A ottobre li guardavo con tristezza.
A novembre ero quasi convinta a prendere degli integratori per farli crescere.
A dicembre sono stata convinta a provare le fate madrine di ogni desiderio capillare, altresì dette extension.

Io ho messo quelle a base di cheratina (cioè applicate con una colla speciale –cheratina- ai propri capelli, a piccolissime ciocche), non solo perché garantiscono un effetto molto naturale, ma anche perché si i capelli si possono raccogliere e legare senza alcun problema e –soprattutto!- senza che si vedano le attaccature posticce.
È bene però specificare che ne esistono di qualunque tipo (cucite, intrecciate, mobili), adatte a esigenze diverse dalle mie o a capelli con caratteristiche dissimili.

Per applicare le extension occorrono i seguenti ingredienti:
- Un/a parrucchiere/a bravo/a et capace;
- Almeno centinaio di euro (variabile in base alla lunghezza di partenza dei capelli);
- Molta pazienza;
- Sopportazione per le prime dodici ore. 

Essenziale è trovare un professionista che conosca il lavoro. Ripeto, essenziale.
L'operazione non è semplicissima, sia intermini di effetto finale che di salute del capello, quindi bisogna andare da chi sa farlo e sa farlo bene.
Costano, è vero, ma basta farle una volta per capire che il prezzo non è fatto solo dalla materia prima, ma anche da una sacrosanta professionalità.
Quindi no improvvisati, no ciarlatani, no poca spesa tanta resa.
Il parrucchiere capace è l'elemento essenziale per una riuscita di livello.

La mia situazione di partenza era medio lunga (io la definirei media, ma la mia parrucchiera sostiene che la lunghezza media è un'altra cosa!) e, avendo moltissimi capelli e decisamente grossi, volevo solo allungare, quindi  me la sono cavata con 35 ciocche (che non sono tante).
Queste 35 ciocche sono di vari colori (castani scuro, castano chiaro, biondo miele), in quanto i capelli (anche se mai colorati, figurarsi i miei che hanno il bayalage!) non sono uniformi, quindi è importante "mischiare" per evitare l'effetto "coda di topo" attaccata dietro. 

I capelli devono essere prima lavati (solo con lo shampo!) e asciugati ad cazzum, senza alcun prodotto, senza nessuno styling: devono essere come natura vuole. Io sembravo uno dei cugini di campagna, per la cronaca.

Dopodichè, con molta pazienza, si applicano le ciocche, solitamente a metà testa/sotto (credo che in gergo tecnico si definisca "corona"): con un robo -che somiglia ad una pistola di colla a caldo- si scioglie la cheratina che è nell'estremità della ciocca e si fa aderire all'attaccatura dei propri capelli.

Non è doloroso.
Non è fastidioso.
É solo noioso.

Finita l'operazione, inizia il deliro di onnipotenza: dato che le extension sono lunghe e  non sono ancora tagliate, ci si ritrova con i capelli che arrivano alla vita e ci si sente come Raperozolo, anzi MEGLIO di Raperonzolo!
Sono momenti in cui non ti capaciti, tocchi quei capelli bellissimi (perchè sono bellissimi, morbidi e lisci come mai nella vita!) e lunghissimi e cominci a sentirti meglio di Federica Panicucci ai tempi del Festivalbar, più bella di Lady Lovely e dei suoi scoiattolini colorati, più invincibile dei codini di Sailor Moon, più forte di Jo prima che vendesse la treccia per il padre malato.

Superato il picco di endorfine dovute alla chioma fluente sempre sognata, bisogna tagliare e creare un effetto che non faccia accorgere dell'inganno.
Solitamente si fa un taglio scalato, leggermente più corto davanti e più lungo dietro.Veder cadere quei centimetri appena messi è uno strappo al cuore, lo ammetto, ma non dobbiamo scordare che il nostro obiettivo non è diventare sosia di Alains Morisette-1996-version.

Una volta tagliato, si da una piega degna e d'un tratto quel desiderio mai realizzato di capelli che superano abbondantemente la metà schiena (il limite, lo sappiamo tutte!, è l'elastico del reggiseno), è divenuto realtà.

Personalmente, ammetto di aver passato le prime sei ore ad accarezzarmi le lunghezze, con un'espressione tra la beatitudine spirituale, la felicità che precede l'overdose e il terrore di perdere qualche ciocca.
L'effetto è stato questo:


La sopportazione entra in gioco durante la prima notte.
Infatti le "palline di cheratina", una volta appoggiata la testa al cuscino, si sentono: la sensazione è quella di avere delle forcine in testa. Ora, a me non hanno dato fastidio in quanto mi capita di dormire con i bigodini (true story), però se siete di quelle che avvertono anche un ciglio caduto potrebbe essere antipatico.
La sensazione rimane per le prime ventiquattr'ore ed è estremamente personale, ripeto però che per me non è stato affatto strano o fastidioso.

Man mano che sono passati i giorni, l'euforia ha lasciato il posto alla paura: paura di non essere in grado di lavarsi capelli senza fare scempio del lavoro e paura di avere una matassa informe sopra (i miei capelli) e seta purissima sotto (le extension).

In realtà entrambe si sono rivelate infondate. I capelli con le extension si lavano esattamente come i capelli senza: molta acqua + shampoo (x2) + balsamo / maschera + molta acqua. L'unica accortezza da avere è non lavare i capelli a testa in giù, nel lavandino (ma credo che siano dieci anni che non mi capita).
Una volta tamponati si pettinano normalmente, nessuna menata particolare.
Certo, bisogna spazzolare con grazia, ma non è che prima mi accanissi con la spazzola contro il mio cuoio capelluto.
L'asciugatura, invece, regala delle soddisfazioni enormi: si può fare alle lunghezze qualunque cosa (liscio piombato, boccoli, beach waves) e loro non solo reggono la piega, ma la reggono bene.
Dopo il primo lavaggio l'effetto è risultato ancor più naturale, in quanto le ciocche applicate si fondono perfettamente con i capelli, prendendo i pregi e i difetti (non so come sia possibile, ma giuro, che se li tocco io non riconosco il vero dal finto!): le mie - ad esempio- sentono l'umidità e sono leggermente mosse esattamente come i miei capelli naturali.

La conferma della naturalezza del lavoro me l'hanno data dei colleghi che, nei giorni successivi, mi hanno detto *ma quanto ti sono cresciuti i capelli in questo periodo?*, facendomi poi gongolare per ore.

Insomma, io ne sono più che soddisfatta e mi rimangio tutte le male parole spese, negli anni passati, nei confronti delle santissime extension.

Certo, un difetto ce l'hanno anche loro: non durano per sempre (ma circa cinque mesi, si può arrivare fino a sei-sette nei casi migliori).
Ecco, io a pensare di separarmene già sono in lutto.

martedì 6 gennaio 2015

Delle cose belle dell'anno nuovo e di quello vecchio.

Le feste sono finite, va sfatto l'albero (nuoooooo), comincia la dieta, ci s'iscrive in palestra, si mettono via i maglioni con le renne, si comprano decine di magliette a righe ai saldi per la primavera (true story), ci si preoccupa per la terribile situazione lavorativa (really), si comincia a pensare a Sanremo e via dicendo.
Però io -che a questo periodo sono inspiegabilmente sopravvissuta- voglio fare l'elenco delle cose belle che sono successe durante questo Natale:
- Ho sfoggiato il maglione rosso con le renne,
- Ho ricevuto in regalo il montgomery rosso che volevo, anche se fa molto cappuccetto rosso,
- Sono stata a ballare due volte con le mie amiche e mi sono divertita tanto,
- Ho bevuto il Martini di nuovo ed è ancora il mio liquore preferito,
- Ho visto Luisa e consorte il 26 dicembre e la stessa sera ho conosciuto Martino che è divertente anche nella vita vera,
- Ho fatto cene con le amiche e ho riso molto,
- Sono stata a vedere il musical de La Bella E La Bestia per capodanno,
- Ho conosciuto Laura che è davvero una persona meravigliosa e brillante e ho festeggiato con lei San Silvestro,
- Ho fermato un taxi con un cenno come Carrie Bradshaw e mi sono sentita la reginetta della City,
- Ho assistito ad una proposta di matrimonio molto scenica - molto americana - molto dolce, alla fine del musical, che mi ha fatto prima piangere poi bere dalla disperazione,
- Ho fatto merenda con una collega e mi sono sentita rilassata con una tazza di tè in una mano e i biscotti nell'altra,
- Sono stata con i cuginetti e mi si è scatenato l'istinto materno, nonostante il karaoke di Violetta,
- Ho preso treni e viaggiato in macchina e mi è piaciuto sentirmi in movimento,
- Ho preparato una cena vegetariana con grande successo,
- Ho pianto, ma avrei potuto disperarmi quindi va bene così.

Quindi no, queste feste non sono state il colpo di grazia e io continuo con quest'inutile ottimismo.