Dopo anni di rimandi, di impegni vari, di scarse capacità organizzative e ricchi coitillon simili, sabato mattina sono finalmente andata a nella patria adottiva di una delle mie migliori amiche.
Livorno è un po' un altro mondo rispetto al resto della Toscana: non c'è il rinascimento dietro ogni angolo, non ci sono le tombe etrusche, non c'è la fiorentina, non c'è quell'aria un po' snob di chi è stato la culla dell'italiano e non ci sono nemmeno tutte le dolci colline piene di girasoli che piacciono tanto ai turisti.
A Livorno c'è il porto, i parcheggi alla cazzomannaggia, le friggitorie, le sedi storiche del PCI, l'Accademia navale, un sacco di pavimenti a scacchiera, tanta gente in giro anche alle quattro del mattino e *boia deh* in ogni bocca.
E poi a Livorno, chevelodicoaffare, c'è la mia amica dottore che è la compagna di praticamente tutta una vita.
Quando ci vediamo, ogni singola volta, penso a quanto mi manca nella quotidianità e a quanto sia stata fortunata ad avere lei (e anche l'altra del trio storico) vicina ogni giorno, per anni.
Delle mie ore livornesi porto a casa, oltre alla vicinanza con questa amica speciale, la splendida sensazione di stanchezza da troppa vita e il sole che mi picchia in faccia, mentre psicanalizzo sconosciutie bevendo la spuma, come i vecchietti di paese.
In realtà, mi porto dietro anche le chiacchiere calme passeggiando per negozi, la giacca color corallo che cercavo da mesi, l'aperitivo vegano, Enrique Iglesias, il fritto più buono del mondo, lo spritz, ballare nei bar, ballare per strada, sentirsi come dentro ad una festa, ballare in discoteca, i caffè sulle terrazze assolate, giocare con il cane, il libro di Paolo Nori, il vino buonissimo, la mia anima contabile, ballare come se non ci fosse domani, dormire poco, ridere troppo.
Livorno è una città caotica e colorata, come possono esserlo solo le città di porto.
E io, come ormai è noto, amo le cose caotiche e colorate, soprattutto in questo momento.
Perchè città come Livorno hanno il merito di tirare fuori una me stessa che sembra un po' in gita scolastica.
E quando trovo posti che tirano fuori questi nuovi lati di me, che mi piacciono di più di quelli che vivo ogni giorno, mi sento sempre molto euforica. Forse perché mi ricordano che non è ancora tutto perduto e che posso davvero essere leggera.
Quindi mi sa che a Livorno ci torno, ecco.
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lunedì 13 aprile 2015
martedì 6 gennaio 2015
Delle cose belle dell'anno nuovo e di quello vecchio.
Le feste sono finite, va sfatto l'albero (nuoooooo), comincia la dieta, ci s'iscrive in palestra, si mettono via i maglioni con le renne, si comprano decine di magliette a righe ai saldi per la primavera (true story), ci si preoccupa per la terribile situazione lavorativa (really), si comincia a pensare a Sanremo e via dicendo.
Però io -che a questo periodo sono inspiegabilmente sopravvissuta- voglio fare l'elenco delle cose belle che sono successe durante questo Natale:
- Ho sfoggiato il maglione rosso con le renne,
- Ho ricevuto in regalo il montgomery rosso che volevo, anche se fa molto cappuccetto rosso,
- Sono stata a ballare due volte con le mie amiche e mi sono divertita tanto,
- Ho bevuto il Martini di nuovo ed è ancora il mio liquore preferito,
- Ho visto Luisa e consorte il 26 dicembre e la stessa sera ho conosciuto Martino che è divertente anche nella vita vera,
- Ho fatto cene con le amiche e ho riso molto,
- Sono stata a vedere il musical de La Bella E La Bestia per capodanno,
- Ho conosciuto Laura che è davvero una persona meravigliosa e brillante e ho festeggiato con lei San Silvestro,
- Ho fermato un taxi con un cenno come Carrie Bradshaw e mi sono sentita la reginetta della City,
- Ho assistito ad una proposta di matrimonio molto scenica - molto americana - molto dolce, alla fine del musical, che mi ha fatto prima piangere poi bere dalla disperazione,
- Ho fatto merenda con una collega e mi sono sentita rilassata con una tazza di tè in una mano e i biscotti nell'altra,
- Sono stata con i cuginetti e mi si è scatenato l'istinto materno, nonostante il karaoke di Violetta,
- Ho preso treni e viaggiato in macchina e mi è piaciuto sentirmi in movimento,
- Ho preparato una cena vegetariana con grande successo,
- Ho pianto, ma avrei potuto disperarmi quindi va bene così.
- Ho ricevuto in regalo il montgomery rosso che volevo, anche se fa molto cappuccetto rosso,
- Sono stata a ballare due volte con le mie amiche e mi sono divertita tanto,
- Ho bevuto il Martini di nuovo ed è ancora il mio liquore preferito,
- Ho visto Luisa e consorte il 26 dicembre e la stessa sera ho conosciuto Martino che è divertente anche nella vita vera,
- Ho fatto cene con le amiche e ho riso molto,
- Sono stata a vedere il musical de La Bella E La Bestia per capodanno,
- Ho conosciuto Laura che è davvero una persona meravigliosa e brillante e ho festeggiato con lei San Silvestro,
- Ho fermato un taxi con un cenno come Carrie Bradshaw e mi sono sentita la reginetta della City,
- Ho assistito ad una proposta di matrimonio molto scenica - molto americana - molto dolce, alla fine del musical, che mi ha fatto prima piangere poi bere dalla disperazione,
- Ho fatto merenda con una collega e mi sono sentita rilassata con una tazza di tè in una mano e i biscotti nell'altra,
- Sono stata con i cuginetti e mi si è scatenato l'istinto materno, nonostante il karaoke di Violetta,
- Ho preso treni e viaggiato in macchina e mi è piaciuto sentirmi in movimento,
- Ho preparato una cena vegetariana con grande successo,
- Ho pianto, ma avrei potuto disperarmi quindi va bene così.
Quindi no, queste feste non sono state il colpo di grazia e io continuo con quest'inutile ottimismo.
mercoledì 31 dicembre 2014
Facciamocela (Buon 2015)
Ci siamo: fra una manciata di ore questo orrido 2014 sarà archiviato, finito, concluso, chiuso, dimenticato (magari).
Gli eventi che hanno reso questi 365 giorni così orribili sono miei: sopravvivo nonostante tutto, ma spero che degli anni così a voi non capitino mai.
Poi però ieri alla radio ho sentito che "le grandi cose fanno morire, le piccole sono quelle che fanno vivere" e ho pensato che è vero e che dovevo scriverle qui, quelle piccole cose belle che sono successe in quest'anno, perché sono quelle che mi hanno permesso di sopravvivere.
Le persone che ho incontrato.
Il 2014 è stato un anno che mi ha portato a conoscere gente.
Luisa e Silvia sono gli esempi più lampanti di come conoscere gente sia facile ed emozionante: dall'essere le mie amichette del twitter, sono diventate amiche, persone "vere". Sempre del gruppo dei "virtuali", ho incontrato anche l'ormai celebrità Stazzitta (che è una forza della natura), Martino che parte per l'impero del male e che è un vero signore e fra qualche ora incontrerò Laura, che oltre ad essere molto rosa è zitella come me, ma al contrario è davvero dolcissima.
Il 2014 è stato un anno che mi ha portato a conoscere gente.
Luisa e Silvia sono gli esempi più lampanti di come conoscere gente sia facile ed emozionante: dall'essere le mie amichette del twitter, sono diventate amiche, persone "vere". Sempre del gruppo dei "virtuali", ho incontrato anche l'ormai celebrità Stazzitta (che è una forza della natura), Martino che parte per l'impero del male e che è un vero signore e fra qualche ora incontrerò Laura, che oltre ad essere molto rosa è zitella come me, ma al contrario è davvero dolcissima.
Poi ci sono i "reali", le persone che hanno attaccato bottone con me, quelli che conosci quando sei sbronza e vuoi bene a tutti, i colleghi che li conosci da n anni ma poi scopri che sono diversi e ci sono, in maniera diversa da come immaginavi.
Le persone che ho riscoperto.
Ci sono quelli che credevo di aver perso per la strada, quelli che ci siamo allontanati senza sapere perché, quelli che è passato talmente tanto tempo che non lo so più perché ero arrabbiata.
Molti li ho ritrovati, diversi da come li avevo lasciati ma non poi così tanto.
Ci sono quelli che credevo di aver perso per la strada, quelli che ci siamo allontanati senza sapere perché, quelli che è passato talmente tanto tempo che non lo so più perché ero arrabbiata.
Molti li ho ritrovati, diversi da come li avevo lasciati ma non poi così tanto.
La consapevolezza.
Tutto quello che ho vissuto mi ha fatto capire che ce la posso fare.
Certo, ogni volta che prendo una decisione grande me la faccio sotto e spero di non fare troppe cazzate, ma ora so che ce la posso fare.
Non sono una ragazzina, ma sono ufficialmente una donna anche se mi fa ridere l'idea.
Tutto quello che ho vissuto mi ha fatto capire che ce la posso fare.
Certo, ogni volta che prendo una decisione grande me la faccio sotto e spero di non fare troppe cazzate, ma ora so che ce la posso fare.
Non sono una ragazzina, ma sono ufficialmente una donna anche se mi fa ridere l'idea.
Ecco, con questi pensieri voglio cominciare il 2015, con l'idea che c'è un mondo di persone da conoscere e un'infinita gamma di opzioni fra cui scegliere.
E che posso fare tutto, facendocela sempre.
venerdì 12 dicembre 2014
Dei viaggi
Due post in due giorni.
Non è roba da me, non da me degli ultimi tempi almeno.
Ma il viaggio in treno, il tempo libero, l'ipod che ne sa una più del diavolo e il silenzioso ricordo dell'ultima volta che ho fatto questo stesso viaggio mi rendono prolifica.
Non è roba da me, non da me degli ultimi tempi almeno.
Ma il viaggio in treno, il tempo libero, l'ipod che ne sa una più del diavolo e il silenzioso ricordo dell'ultima volta che ho fatto questo stesso viaggio mi rendono prolifica.
Fuori ci sono paesaggi bellissimi.
Il sole mi sta schiaffeggiando la guancia destra.
Il sole mi sta schiaffeggiando la guancia destra.
Luisa sta correndo su un altro treno.
Silvia ci aspetta in stazione.
Io ascolto Julieta Venegas, Daniele Silvestri, Stromae e Le Luci in un pout-pourri musicale degno di uno schizofrenico.
Silvia ci aspetta in stazione.
Io ascolto Julieta Venegas, Daniele Silvestri, Stromae e Le Luci in un pout-pourri musicale degno di uno schizofrenico.
Lo sciopero fa più paura che danni.
Fuori ci sono paesaggi bellissimi. Il sole comincia ad abbassarsi, ma magari troverò un albergo appena costruito che coprirà il tramonto.
Vorrei dormire un po', ma non vorrei perdere la bella sensazione di euforia misto invincibilità che provo.
lunedì 19 maggio 2014
Dei week end, delle Deejay Ten e delle amiche
Viaggio in treno,come sospesa.
La gola secca, la musica triste nell'ipod (che per la prima volta nella mia vita ho comprato regolarmente) e la certezza che, a volte, basta poco per sorridere.
Le gambe pesanti, le ballerine che fanno male ai piedi e il sacco della deejay ten sulle ginocchia.
Lo smalto rosso un po' sbeccato, il trucco che ha ceduto e una polaroid in cui sorrido e che rappresenta il meraviglioso mood "under the sun" che troppo spesso dimentico.
La maglietta "Run Like A Deejay", sgualcita, da portare in palestra con fierezza, come una che l'ha fatta e pure bene, che tanto mica dice che ho partecipato alla "Deejay Five" con due banane nella borsa (se non la capite, dovete assolutamente ascoltare il Trio Medusa, di prima mattina) e che in mezzo facevamo le foto sceme alle vetrine dei negozi.
I pranzi al mercato, il vino, i dolci buonissimi, lo shopping che rimanga come ricordo, il panino con il lampredotto, le figure di merda, Samantha Jones e le altre ragazze di Sex And The City che ci regalano spunti di conversazione come se piovesse e l'insana passione per Lorelai e Rory Gilmore che cerco di attaccare a chiunque mi graviti intorno (anche a chi tifava per un'ecatombe nucleare su Stars Hollow).
Scrivo post sul cellulare, per fermare emozioni e belle sensazioni, che edito la mattina dopo e che sanno di buono e di vissuto.
martedì 20 agosto 2013
Ogni riccio un capriccio
Signori miei, settembre è alle porte: è finita la stagione delle foto di piedini smaltati nelle acque cristalline del Salento-Costa Azzurra-Costa Smeralda-Isole Greche et similia, dei micro short di jeans strappati portati con le converse, dei mojito consumati lungomare durante l'aperitivo.
Salutiamo l’estate con la manina e prepariamoci alle battute sui Green Day via Twitter o FB (Billie it's October!) o, se avete dei following indie, sulle Luci Della Centrale Elettrica (Come back September!).
Nel mio mondo settembre significa solo due cose: taglio di capelli e buoni propositi.
Partiamo dalle cose facili, i buoni propositi.
- Dimagrire (non solo perchè sono culona, ma perchè l'ernia non mi lascia dormire la notte, dal dolore);
- Ginnastica posturale ogni giorno (vedi sopra);
- Trovare un corso (economico) per imparare a cucire e cucire (voglio milioni di vestiti in stile forties);
- Smettere di fumare Fumare meno;
- Vendere un'infinità di oggetti inutili che possiedo, così libero la mia stanza e guadagno qualche spicciolo;
- Andare a Parigi con Azzurro (e andare alla Messa, solo per dire "Parigi val bene una messa”);
- Se andrò a Parigi con Azzurro e se indosserò un vestito anni 40 che mi sarò cucita, in una qualunque discussione con lo stesso, usare l'espressione "Avremo sempre Parigi";
- Trovare una casa con cui vivere con Azzurro;
- Convincere la dirigenza di RAI4 a prendermi come stagista nella redazione di MainStream (Carlo Freccero, sei ancora tu il direttore? Mi leggi? Ho visto tutte le puntate TUTTE in 3 giorni! Prendimi con te, ho idee meravigliose!);
- Provare a mandare un curriculum in RAI (Salve sono Viola, guardo quintali di televisione dai tempi di Vola Mio Mini Pony e da allora sono convinta che abbiate fatto un grave errore strategico, non comprandone i diritti. Vogliamo evitare di reiterare, assumendomi?);
- Non abbandonare il blog.
Detto questo, che onestamente non è nulla di che, arriviamo alle cose davvero difficili: il nuovo taglio di capelli 2013-14.
A questo proposito occorre fare una doverosa premessa: io ho i capelli crespi, tendenti al riccio, nel senso sotto fanno i boccoli (ben definiti, per dire la verità), sopra diventano un’ingestibile massa crespa indomabile per qualunque prodotto non altamente tossico.
E li ho lunghetti, almeno 5-6 cm sotto le spalle, e tali voglio che rimangano, dato che potrebbero servirmi, sia mai che nell'anno del mio triagesimo compleanno diventi anche la sig.ra Azzurro (questa è un’altra storia. Una storia completamente slegata dal mondo reale, al momento. Però non si sa mai, ecco).
Detto ciò, sul colore, ho un'unica certezza: NO MORE SHATUSH.
Lo shatush is over, per me: lo abbiamo visto in ogni modo: simili ricrescita di sei mesi (baluardo delle celebrities nostrane qui qua quo que), delicato (come Angelina), colorato (d'ispirazione punk), sui capelli corti (come la fasulla Violante Placido che sponsorizza la tinta castana) e al contrario (Gwyneth Paltrow lontana anni luce dal suo adorabile taglio corto).
Anch'io ne ho dei residui, ma oggi, in assoluta è piena coscienza dico che ha rotto il cazzo!
Ci rivedremo nelle foto, fra dieci anni, e inorridiremo come quando le nostre mamme vedono le loro capigliature anni 80: se all’inizio era innovativo e figo ora basta, per me è un no.
Urge quindi individuare un taglio lungo, adatto ai miei capelli castani, che sia gestibile sui miei capelli crespi.
Guardo Miranda Kerr, nostra signora dello stile (e patrona delle mogli degli uomini fighi), in cerca dell'ispirazione.
Spulcio pinterest, senza trovare soddisfazione.
Googlo Long Cut Hair, senza nessun risultato.
Non c'è una Katie Holmes qualunque, a guidarmi nel taglio radicale del 2010 (Katie, appena non dovrò più fare l'acconciatura, lo rifarò, te lo prometto!), nè una magrissima Keira Knightley a illuminare un caschetto mosso sbarazzino come nel 2011 (tra l'altro, Keira è indiscutibilmente la sposa più bella del 2012), nè un taglio di transizione per farli crescere come nel 2012 (Reese Witherspoon docet).
Niente amici, niente.
E non ho posso portare alla mia fidata parrucchiera di paese la foto di Leighton Meester, perchè lei mi brontolerebbe e mi direbbe "allora vuoi solo la piega?".
E io non voglio solo la piega, io voglio un taglio figo e che possa gestire.
Con un colore figo che non mi faccia sentire una badante trascurata.
E vorrei pure che qualcuno m'insegnasse a fare la piega boccolosa per bene (tentativi falliti: magic leverag, bigodini normali, torchion spruzzati con acqua e sale, ciocchette fermate con i becchi d'oca, trecce, fascia alla rambo con le ciocche fermate intorno).
Okay, mi comprerò il ferro.
Resta però l'annosa questione del taglio.
Non è che per caso avete una modella strafiga che io non conosco, da suggerirmi? Un'attrice in scesa? Una starlette d'oltre oceano con dei bei capelli?
In cambio, oltre alla mia sempiterna gratitudine, potreste avere la gloria nell'aldilà.
giovedì 8 agosto 2013
Summertime
L’agosto a casa.
L’agosto al lavoro.
Il ferragosto come unico giorno di tregua, mentre gli altri si affollano sui bagnasciuga del mondo.
Un bilancio che si approva troppo presto.
Le mattinate a fare scritture contabili, ascoltando gli Oasis e i 360° in un altalena musicale tremenda.
La lattina di Coca Cola personalizzata che non ho.
La città che prima era deserta per ferragosto e ora, grazie alla crisi, rimane immutata e ti toglie la sensazione di essere un’eroina sopravvissuta all’ecatombe nucleare.
La canzone perfetta da cantare di prima mattina, che alla radio non passa mai.
I bambini che nascono.
Il concerto di Jovanotti gratuito a Cortona, che avrei ballato come una pazza se solo ci fosse stata un po’ di partecipazione.
Bryan Adams, la sua “Estate del 69” e “Tutto quello che fa” e chissà se fa i concerti d’estate.
La sabbia nelle scarpe, ormai reperto di un luglio finito.
I minigolf che qui non ci sono e chissà perché sono concentrati solo al mare.
Twitter pieno solo di foto di spiagge, aperitivi sulla spiaggia, feste sulla spiaggia e qualunque cosa ma sempre sulla spiaggia.
I tulipani che fioriscono solo in primavera e ora, se vuoi i tulipani, mica li trovi.
Il gelato che lo mangio e poi mi sento in colpa che ingrasso, che mica ero così grassa due anni fa.
Gli amici che si fermano una notte e sembra quasi vacanza.
“Ovunque ma non qui”ma anche “Questa è la mia casa”.
Le estati da lavoratrice che ancora non mi sono abituata, nonostante abbia compiuto cinque anni di lavoro proprio qualche giorno fa.
Le stelle cadenti che non si vedono mai quando hai un desiderio pronto.
La stella cadente che ho visto, nell’unico secondo in cui ho alzato lo sguardo, ma non avevo un desiderio pronto e c’ho messo troppo a realizzarlo e secondo me qualcuno me l’ha fregato.
Il caldo e le piscine troppo affollate.
L’estate che ami ma forse quest’amore non basta più.
L’estate.
mercoledì 19 giugno 2013
Maturità t'avessi preso... dopo!
Non ho mai avuto gli incubi sulla maturità, né prima, né durante, né dopo.
Non avevo paura, ero emozionata quello sì.
Dieci anni fa, oggi, anch’io entravo in quel liceo che nell’atrio ha un’inquietante scultura ai caduti per la patria, che portava ancora l’epigrafe “Liceo Regio”, che aveva fatto da sfondo alla soddisfazione di compiti riusciti e alla delusione per storie finite e che quel giorno sarebbe stato la scenografia della mia (nostra) maturità.
Mi ricordo però che era caldo, tanto: fu l’estate più calda dal 1878.
Il nostro preside si era raccomandato di presentarsi vestiti decenti (disse esattamente così: ragazzi presentatevi in abiti decenti), io avevo la camicia azzurra, la gonna a tubo di jeans blu scura (really?), la catena al collo (residuo del mio periodo finto punk, ma ormai un portafortuna assoluto) e i sabot rossi, orribili, dell’adidas.
In braccio, lo Zingarelli.
Sulle spalle lo zaino con dentro due replay nere (odiavo il bianchetto, io scrivevo con la penna cancellabile, come alle elementari), le sigarette, una bottiglia d’acqua, la pizza sfoglia comprata da mia mamma (che era molto più agitata di me e passò la notte insonne, al contrario mio), il lettore cd con la compilation chiamata -in una botta di creatività- “Maturità t’avessi preso prima”, l’Aulin e il diario, che non si sa mai che ci sia bisogno.
Mica lo sapevamo che aveva ragione Venditti, che era l’alba del giorno dopo.
Non avevo paura, ero curiosa di vedere come mi sarebbe sembrata la scuola quel giorno, quello sì.
La mia classe era nel corridoio davanti all’aula magna, nel punto in cui la scuola diventava un bunker e non prendevano né la radio, né il cellulare.
Il cellulare depositato all’ingresso in piena onestà, Piero il bidello che fumava le Nazionali senza filtro che dava la pacca sulla spalla a tutti e diceva “in bocca al lupo”, come se fossimo tutti figli suoi.
Non avevo paura, ero convinta che il tema di letteratura mi avrebbe salvata, quello sì.
Le risatine in attesa che i carabinieri portassero il plico, le voci dell’ultimo minuto, “faccio il tema di letteratura, solo se non è Pirandello”.
(Ovviamente era Pirandello.)
La Laura seduta davanti a me, la Stefania e la Sara di fianco, in formazione da guerra. Il quartetto compatto, quelle che scambiavano per sorelle anche se non ci somigliano in niente.
Non avevo paura, ero sotto pressione quello sì.
Poi, con i fogli in mano e leggendo “Prima Prova - Sessione Ordinaria 2003”, mi rendevo conto d’un tratto che era tutto reale, che stava succedendo veramente e che io, arrivata in quelle aule poco più che bambina senza seno e con i capelli cortissimi, ero una (quasi) donna e stavo davvero affrontando l’esame di stato.
Non avevo paura, avevo voglia di fare al meglio, di spaccare tutto, quello sì.
Passai la prima ora a leggere tutte le tracce minuziosamente (non credo di aver mai letto così lentamente) e le successive quattro a scrivere. Per la prima volta in vita mia scrissi prima la brutta copia, poi la “bella”.
Ogni tanto ci si scambiava qualche parola con le altre, che durante il tema non c’è mica da copiare e pure i professori erano rilassati. Ci fu sicuramente anche qualche battuta, anche se non le ricordo più.
Il mio tema era quello sulla carenza d’acqua nel mondo: cosa si può scrivere a riguardo che non sia ancora detto? (Le altre possibilità erano peggiori, vi dico solo che c’era il tema su “La Famiglia”. Sì, all’esame di stato il tema sulla famiglia. Competenza a mille al ministero, eh?!)
Non scrissi troppo banalità, e un paio di riflessioni le reputavo anche discrete.
Non avevo paura, ero insicura della qualità del mio scritto, quello sì.
Consegnandolo, mi sentivo svuotata, di colpo come se fossero passati 5 giorni, invece che 5 ore (no, non ho sfruttato le 6 ore a disposizione, mi faceva caldo e soprattutto avevo fame!).
Ma non avevo paura.
Oggi, puntuale come un orologio svizzero, una delle mie più care amiche mi scrive un messaggio, spersa in un isolotto in mezzo al mediterraneo “E comunque sono dieci anni dalla maturità”.
Riprendo la compilation di allora e nell’ordine ascolto Notte prima degli esami, La dura legge del gol, Nothing else matters e Redemption Song che sono la combo perfetta per una crisi di paranoia senza eguali.
Le rispondo con “la matematica non sarà mai il mio mestiere”, che mi sarebbe piaciuto fosse vero.
Paradossalmente ho molta più paura oggi.
venerdì 14 settembre 2012
Della brutta musica (che può tornare)
Io sono una potenziale concorrente della prima edizione dell'inquietante programma di Real Time, Sepolti In Casa. Per chi vivesse su Marte, si tratta di un docu-reality che tratta d'inquietanti casi di disposofobia, cioè gente che accumula e non riesce a buttare via nessun alcun nessun alcun (?) (la doppia negazione resta per me, uno dei grandi misteri della vita) oggetto.
Infatti l'altro giorno, spolverando, sono rispuntate in camera mia delle vecchie musicassette: non di quelle comprate che so di possedere (nell'ordine: Festivalbar 96 - Compilation Azzurra, Back For Good dei Take That, Titanic Soundtrack, Backstreet's Back dei Backstreet Boys e Gli Anni degli 883. Gran gusti musicali, non c'è che dire), ma di quelle auto prodotte, con i pezzi registrati dalla radio.
Se i nati negli anni 90 non sanno di cosa sto parlando (sappiate però che io non vi stimo), i nati nel dorato decennio 80 non storcano la bocca, perchè le abbiamo fatte tutti (solo che voi le avete buttate e dimenticate. Ma nel paradiso delle cassette vi sorvegliano e al momento opportuno, verranno a cercarvi, sappiatelo.). E sono imbarazzanti.
Ho preso in mano la prima: sul dorso laterale, con una penna glitter ormai stinta dagli anni, c’è scritto AUTUMи 998 (proprio con la N al contrario che fa tanto prima adolescenza), e sulla copertina c’è attaccata un’immagine delle figurine del film Romeo+Juliet (un giorno parleremo a lungo di questo film, prometto!), che all’epoca c’erano le figurine dei film di Leonardo e io ci tappezzavo qualunque cosa e non sono affatto pentita, che io Leonardo lo amavo davvero.
Nella foga creativa dei miei quattordici anni, però, non lasciai spazio per i titoli delle canzoni: volevo l’effetto sorpresa, credo.
Armata di coraggio, sposto i quintali di polvere accumulata nel vano cassette delle stero (credo di averlo usato, l’ultima volta, ai tempi del corso di tedesco all’università. Qualcosa come sei/sette anni fa) e inserisco.
Play.
Il caro vecchio fruscio di sottofondo.
Canzoni smezzate.
Si comincia malissimo: Annalisa Minetti con Senza Te o Con Te. Ora, Annalisa Minetti è la tizia cieca che partecipò a Miss Italia e poi al Festival, vincendo (con questa immortale hit) sia le Nuove proposte, che i Big, tornata in auge di recente per essere arrivata terza alle Para Olimpiadi di Londra nei 1500m. In pratica è come Barbie, che fa 200 lavori e tutti con successo.
Per me, però, è rimasta scolpita nella memoria perché a Sanremo aveva il tatuaggio nei capelli: una ciocca leopardata che manco a carnevale.
Ovviamente credo che gliel’abbiano fatta in quanto non vedente: la povera figliola non poteva accorgersi dell’obbrobrio che aveva in testa. Per gli smemorini, qui c’è una testimonianza.
Prosegue con una versione malamente tagliata di Quando Sarò Lontano, di Filippo Neviani in arte Nek.
Ero romantica, mi pare evidente.
Per onor di cronaca (Wiki, grazie!), riporto che dal 13 dicembre del 2006, il nostro cantante preferito fa parte dei Cavalieri Della Luce, un gruppo di fede che vuol portare l’Ammòre nel mondo. Ecco perché continuerà a cantare pezzi così smielati. Per l’Ammòre.
Un attimo di ripresa con le ultime sette note di Torn, di Natalie Imbruglia che –per me- era all’epoca la più figa di tutto l’universo. [Storia di vita vera: la trovavo così bella che presi un suo poster da Cioè e andai dal parrucchiere per farmi fare lo stesso taglio. Ne uscii che sembravo una lesbica tipo Boys Don’t Cry. Mi ci vollero anni per riavere dei capelli normali, ancora se guardo le foto provo un profondo imbarazzo e mi chiedo come abbia fatto ad uscire di casa, in quel periodo]
Altro pezzo storico, uno di quelli che ti chiedi perché?: la versione italiana di Quit Playing Games (With My Heart), titolata con Non Puoi Lasciarmi Così, dei Backstreet Boys. Se qualcuno non la ricordasse, era un riadattamento del pezzo originale, cantata da tre, dei cinque, del gruppo (e tra i tre non c’era Nick Carter, quindi era inutile) in un italiano sforzato e terribile, che risultava un misto fra il sardo di Valeria Marini degli esordi e il calabrese vecchia maniera di Elisabetta Gregoracci.
Da apprezzare che in mezzo alla canzone, ad un certo punto scappano fuori trenta secondi di Truly Madly Deeply, così, a caso. Poi riattaccano i Backstreet Boys, come se niente fosse.
La luce in fondo al tunnel, sembrerebbe arrivare con vari stralci di pezzi come: Iris (dei Go Go Dolls, mica di quel minchione di Biagio!) stroncato dalle chiacchiere della speaker di Radio Subasio (apriamo una parentesi: se in radio passate le canzoni Radio Version che sono tagliate, perché minchia ci parlate sopra?), I Don’t Want To Miss A Thing (colonna sonora del mio innamoramento per i film catastrofici), Acida (che io, piccina, cantavo senza capire minimamente di cosa parlasse) e Unforgiven II (che il video passava ogni dieci minuti su The Box-The Music Television You Control. Se non l’avete mai vista, sappiate che vi siete persi l’antesignano di The Club).
Ma non bisogna illudersi, la chiusura è in bellezza con tre pezzi che ciao!. Il primo è una roba confusa dalle interferenze che credo fosse Viva Forever, ultimo singolo delle Spice Girl complete in quanto Geri Halliwell aveva già cominciato sia la dieta per diventare strafiga, sia i provini per cercare i modelli gnoccoloni del video di Mi Chico Latino.
Segue La Copa De La Vida di Ricky Martin (quando ancora voleva farci credere di essere etero, prima che facesse le sveltine con il ballerino di Amici in camerino), inno ufficiale dei Mondiali di Francia 98. Sappiate che in vacanza, avevo pure imparato la coreografia e che, se sento la canzone a qualche festa trash, continuo a ballarla.
Si chiude con the top of the pop, la canzone che ho ascoltato in loop per anni (e anche qui è registrata tre volte di fila. Sì, davvero): My Heart Will Go On. Avevo il testo scritto bene appeso all’armadio, così potevo cantarlo senza storpiare le parole. Era un’adorazione di natura religiosa, la mia, costola dell'amore incondizionato per Leonardo e per Titanic (come ho già detto qui). Infatti, è l’unico pezzo registrato bene, senza fruscii ed integro. Vi risparmio il resoconto dei versi che facevo, all’ascolto.
Dopo tutto ciò, temo profondamente il momento in cui qualcuno mi rimetterà davanti tutti i miei status di faccia libro (dal 2008 ad oggi) oppure i post del vecchio blog (ma anche di questo, fra dieci anni) o le compilation sull’ipod.
Dio benedica la memoria selettiva!
Infatti l'altro giorno, spolverando, sono rispuntate in camera mia delle vecchie musicassette: non di quelle comprate che so di possedere (nell'ordine: Festivalbar 96 - Compilation Azzurra, Back For Good dei Take That, Titanic Soundtrack, Backstreet's Back dei Backstreet Boys e Gli Anni degli 883. Gran gusti musicali, non c'è che dire), ma di quelle auto prodotte, con i pezzi registrati dalla radio.
Se i nati negli anni 90 non sanno di cosa sto parlando (sappiate però che io non vi stimo), i nati nel dorato decennio 80 non storcano la bocca, perchè le abbiamo fatte tutti (solo che voi le avete buttate e dimenticate. Ma nel paradiso delle cassette vi sorvegliano e al momento opportuno, verranno a cercarvi, sappiatelo.). E sono imbarazzanti.
Ho preso in mano la prima: sul dorso laterale, con una penna glitter ormai stinta dagli anni, c’è scritto AUTUMи 998 (proprio con la N al contrario che fa tanto prima adolescenza), e sulla copertina c’è attaccata un’immagine delle figurine del film Romeo+Juliet (un giorno parleremo a lungo di questo film, prometto!), che all’epoca c’erano le figurine dei film di Leonardo e io ci tappezzavo qualunque cosa e non sono affatto pentita, che io Leonardo lo amavo davvero.
Nella foga creativa dei miei quattordici anni, però, non lasciai spazio per i titoli delle canzoni: volevo l’effetto sorpresa, credo.
Armata di coraggio, sposto i quintali di polvere accumulata nel vano cassette delle stero (credo di averlo usato, l’ultima volta, ai tempi del corso di tedesco all’università. Qualcosa come sei/sette anni fa) e inserisco.
Play.
Il caro vecchio fruscio di sottofondo.
Canzoni smezzate.
Si comincia malissimo: Annalisa Minetti con Senza Te o Con Te. Ora, Annalisa Minetti è la tizia cieca che partecipò a Miss Italia e poi al Festival, vincendo (con questa immortale hit) sia le Nuove proposte, che i Big, tornata in auge di recente per essere arrivata terza alle Para Olimpiadi di Londra nei 1500m. In pratica è come Barbie, che fa 200 lavori e tutti con successo.
Per me, però, è rimasta scolpita nella memoria perché a Sanremo aveva il tatuaggio nei capelli: una ciocca leopardata che manco a carnevale.
Ovviamente credo che gliel’abbiano fatta in quanto non vedente: la povera figliola non poteva accorgersi dell’obbrobrio che aveva in testa. Per gli smemorini, qui c’è una testimonianza.
Prosegue con una versione malamente tagliata di Quando Sarò Lontano, di Filippo Neviani in arte Nek.
Ero romantica, mi pare evidente.
Per onor di cronaca (Wiki, grazie!), riporto che dal 13 dicembre del 2006, il nostro cantante preferito fa parte dei Cavalieri Della Luce, un gruppo di fede che vuol portare l’Ammòre nel mondo. Ecco perché continuerà a cantare pezzi così smielati. Per l’Ammòre.
Un attimo di ripresa con le ultime sette note di Torn, di Natalie Imbruglia che –per me- era all’epoca la più figa di tutto l’universo. [Storia di vita vera: la trovavo così bella che presi un suo poster da Cioè e andai dal parrucchiere per farmi fare lo stesso taglio. Ne uscii che sembravo una lesbica tipo Boys Don’t Cry. Mi ci vollero anni per riavere dei capelli normali, ancora se guardo le foto provo un profondo imbarazzo e mi chiedo come abbia fatto ad uscire di casa, in quel periodo]
Altro pezzo storico, uno di quelli che ti chiedi perché?: la versione italiana di Quit Playing Games (With My Heart), titolata con Non Puoi Lasciarmi Così, dei Backstreet Boys. Se qualcuno non la ricordasse, era un riadattamento del pezzo originale, cantata da tre, dei cinque, del gruppo (e tra i tre non c’era Nick Carter, quindi era inutile) in un italiano sforzato e terribile, che risultava un misto fra il sardo di Valeria Marini degli esordi e il calabrese vecchia maniera di Elisabetta Gregoracci.
Da apprezzare che in mezzo alla canzone, ad un certo punto scappano fuori trenta secondi di Truly Madly Deeply, così, a caso. Poi riattaccano i Backstreet Boys, come se niente fosse.
La luce in fondo al tunnel, sembrerebbe arrivare con vari stralci di pezzi come: Iris (dei Go Go Dolls, mica di quel minchione di Biagio!) stroncato dalle chiacchiere della speaker di Radio Subasio (apriamo una parentesi: se in radio passate le canzoni Radio Version che sono tagliate, perché minchia ci parlate sopra?), I Don’t Want To Miss A Thing (colonna sonora del mio innamoramento per i film catastrofici), Acida (che io, piccina, cantavo senza capire minimamente di cosa parlasse) e Unforgiven II (che il video passava ogni dieci minuti su The Box-The Music Television You Control. Se non l’avete mai vista, sappiate che vi siete persi l’antesignano di The Club).
Ma non bisogna illudersi, la chiusura è in bellezza con tre pezzi che ciao!. Il primo è una roba confusa dalle interferenze che credo fosse Viva Forever, ultimo singolo delle Spice Girl complete in quanto Geri Halliwell aveva già cominciato sia la dieta per diventare strafiga, sia i provini per cercare i modelli gnoccoloni del video di Mi Chico Latino.
Segue La Copa De La Vida di Ricky Martin (quando ancora voleva farci credere di essere etero, prima che facesse le sveltine con il ballerino di Amici in camerino), inno ufficiale dei Mondiali di Francia 98. Sappiate che in vacanza, avevo pure imparato la coreografia e che, se sento la canzone a qualche festa trash, continuo a ballarla.
Si chiude con the top of the pop, la canzone che ho ascoltato in loop per anni (e anche qui è registrata tre volte di fila. Sì, davvero): My Heart Will Go On. Avevo il testo scritto bene appeso all’armadio, così potevo cantarlo senza storpiare le parole. Era un’adorazione di natura religiosa, la mia, costola dell'amore incondizionato per Leonardo e per Titanic (come ho già detto qui). Infatti, è l’unico pezzo registrato bene, senza fruscii ed integro. Vi risparmio il resoconto dei versi che facevo, all’ascolto.
Dopo tutto ciò, temo profondamente il momento in cui qualcuno mi rimetterà davanti tutti i miei status di faccia libro (dal 2008 ad oggi) oppure i post del vecchio blog (ma anche di questo, fra dieci anni) o le compilation sull’ipod.
Dio benedica la memoria selettiva!
martedì 3 luglio 2012
Dell'insenatura di Dawson
(Ovvero, dell'identificarsi con il personaggio più sfigato dell'intera serie)*
Ci sono cose che fanno parte di me e che mi appartengono, che anche se sono cresciuta o cambiata, restano lì sempre uguali.
Questo, però, non è sempre un bene.
Si dice che bisognerebbe maturare, progredire. Joey addirittura lo urlava a Dawson, all’alba della prima serie (correva l’anno 1998, per la cronaca) quando lui non la capiva.
Ecco, io sono come Dawson: ancorata alla mia manciata di certezze, terrorizzata dai cambiamenti, in modo molto infantile. Tant’è che io nel triangolo che ci (mi) tenne incollata alla TV nei pomeriggi di Italia1, io parteggiavo dichiaratamente per lui. Perché lui è il mio alter ego.
Non in tutto certo, stiamo sempre parlando di un cazzone dalla fronte più alta del Nord America, di un trentenne che ci volevano far passare per quindicenne solo mettendogli addosso qualche camicia a quadri, di uno che le donne non le ha mai capite.
E che Dawson non capisse una benemerita, si dimostra fin dalle prime puntate, basta ricordare che invece che intortare come un normale adolescente (cioè sciorinando banalità su Baudelaire, Karl Marx, i Pink Floyd, la Nouvelle Vague et similia), opprime tutte le sue ragazze con dei pipponi (solo figurati, eh! Che Dawson si mantiene vergine fino al college! IL COLLEGE! Roba che American Pie non ti ha insegnato niente?) su Spielberg.
Sì, Spielberg.
Steven Spielberg, quello di ET.
L’apoteosi del cinema commerciale, quello che conoscono tutti, che tutti vedono ma che nessuno stima (tranne me, che sono ancora sotto per Jurassic Park! Ma l’ho già detto: lui è il mio alter ego). Ci si domanda, ad oggi, come Joey, famosa per la parlantina e le risposte acide, non gli abbia mai sbottato di farsi una cultura cinematografica degna, che almeno si arricchiva culturalmente anche lei ad ascoltarlo, visto che di fare altro non se ne parlava.
E invece gnente, serate su serata a guardare Lo Squalo. Robe che sì, guarda, piacerebbe tanto anche a me ma stasera devo proprio limarmi le unghie.
E infatti, Joey sceglie Pacey, che era una capra a scuola (ricordiamoci che non si diploma), ma che almeno la libera dall’incubo cinema e le offre l’avventura. Forse avventura è eccessivo, se ricordiamo per un attimo le loro serate: minigolf, cinema, cena di classe. E certo, la barca a vela (leggi: catamarano) un’estate, durante la quale lei dorme per tre mesi tre in un’amaca, mentre lui le legge La Sirenetta.
Se avessi avuto la mia ernia L4-L5, cara la mia Joey Potter, al ritorno ti toccava cominciare ad uscire con un neurochirurgo.
D’altro canto, anche lei era all’altezza dei suoi comprimari: un’adolescente con paturnie e sfighe (madre morta, padre carcerato, sorella ragazza madre, povera in canna) che poteva gareggiare con Candy Candy. Ovviamente, dietro l’aria da brava ragazza e il sorriso storto, se la fa con tutti; oltre i già citati Dawson e Pacey, finisce con: Jack (l’omosessuale), AJ (il saputello), Charlie (l’ex della sua amica Jen), il professore di Letteratura (strizziamo l’occhio a Nabokov, noi!) ed Eddie (il barista letterato).
Non mi perderò a ricordare Andie la pazza (fatta sparire senza pietà, con un viaggio in Italia da cui non tornerà. Grazie per la bella pubblicità, Kevin Williamson!), il già citato Jack, o Audrey (detta il troione da sbraco) per tornare a focalizzarmi su Dawson.
Proprio lui, il protagonista, alla fine di sei stagioni, quando tutti raggiungono un punto fermo e sono lì a vivere il loro lieto fine, decide di dare LA SVOLTA.
Breve parentesi sul lieto fine: questo, ovviamente, non vale per la compianta Jen Lindley –al secolo Michelle Williams, attrice acclamata dalla critica- che tira le cuoia nell’ultima puntata. Non sia mai che fra dieci anni tirino fuori uno spin off, alla 90210, con un bel triangolo fra Lily (la sorella di Dawson), Alexander (il nipote di Joey) e Amy (la figlia di Jen) e a lei venga la malaugurata idea di accettare la parte.
Tra l’altro, vista l’evoluzione di protagonisti di Beverly Hills in 90210 (Kelly che diventa psicologa, ndV), il ruolo di Jen poteva essere solo quello dell’insegnante di religione.
Comunque dicevo, il nostro, dopo tutto quello che gli succede in centoventotto puntate (amori- lutti- genitori che si separano- genitori che si risposano- esami- lavori- film realizzati- intorti- figure dimmerda con Eva- discussioni sul niente- il tuo migliore amico che ti si frega la donna- lezioni di moralità e legalità… ad libitum),si accontenta è felice di incontrare Spielberg, mentre la sua anima gemella, decide di (ri)trombarsi Pacey.
Il tutto, parafrasando Joey, per dire che Le persone crescono, Dawson! Evolvono! .
Ecco, io e Dawson no. Però lui ha almeno incontrato Spielberg.
*Nonostante il tono sarcastico, si sappia e non si dimentichi che Dawson's Creek è il mio teen drama preferito, over the top. Lo prendo in giro in maniera bonaria, ma lo reputo il miglior maestro di vita che abbia mai avuto.
Ci sono cose che fanno parte di me e che mi appartengono, che anche se sono cresciuta o cambiata, restano lì sempre uguali.
Questo, però, non è sempre un bene.
Si dice che bisognerebbe maturare, progredire. Joey addirittura lo urlava a Dawson, all’alba della prima serie (correva l’anno 1998, per la cronaca) quando lui non la capiva.
Ecco, io sono come Dawson: ancorata alla mia manciata di certezze, terrorizzata dai cambiamenti, in modo molto infantile. Tant’è che io nel triangolo che ci (mi) tenne incollata alla TV nei pomeriggi di Italia1, io parteggiavo dichiaratamente per lui. Perché lui è il mio alter ego.
Non in tutto certo, stiamo sempre parlando di un cazzone dalla fronte più alta del Nord America, di un trentenne che ci volevano far passare per quindicenne solo mettendogli addosso qualche camicia a quadri, di uno che le donne non le ha mai capite.
E che Dawson non capisse una benemerita, si dimostra fin dalle prime puntate, basta ricordare che invece che intortare come un normale adolescente (cioè sciorinando banalità su Baudelaire, Karl Marx, i Pink Floyd, la Nouvelle Vague et similia), opprime tutte le sue ragazze con dei pipponi (solo figurati, eh! Che Dawson si mantiene vergine fino al college! IL COLLEGE! Roba che American Pie non ti ha insegnato niente?) su Spielberg.
Sì, Spielberg.
Steven Spielberg, quello di ET.
L’apoteosi del cinema commerciale, quello che conoscono tutti, che tutti vedono ma che nessuno stima (tranne me, che sono ancora sotto per Jurassic Park! Ma l’ho già detto: lui è il mio alter ego). Ci si domanda, ad oggi, come Joey, famosa per la parlantina e le risposte acide, non gli abbia mai sbottato di farsi una cultura cinematografica degna, che almeno si arricchiva culturalmente anche lei ad ascoltarlo, visto che di fare altro non se ne parlava.
E invece gnente, serate su serata a guardare Lo Squalo. Robe che sì, guarda, piacerebbe tanto anche a me ma stasera devo proprio limarmi le unghie.
E infatti, Joey sceglie Pacey, che era una capra a scuola (ricordiamoci che non si diploma), ma che almeno la libera dall’incubo cinema e le offre l’avventura. Forse avventura è eccessivo, se ricordiamo per un attimo le loro serate: minigolf, cinema, cena di classe. E certo, la barca a vela (leggi: catamarano) un’estate, durante la quale lei dorme per tre mesi tre in un’amaca, mentre lui le legge La Sirenetta.
Se avessi avuto la mia ernia L4-L5, cara la mia Joey Potter, al ritorno ti toccava cominciare ad uscire con un neurochirurgo.
D’altro canto, anche lei era all’altezza dei suoi comprimari: un’adolescente con paturnie e sfighe (madre morta, padre carcerato, sorella ragazza madre, povera in canna) che poteva gareggiare con Candy Candy. Ovviamente, dietro l’aria da brava ragazza e il sorriso storto, se la fa con tutti; oltre i già citati Dawson e Pacey, finisce con: Jack (l’omosessuale), AJ (il saputello), Charlie (l’ex della sua amica Jen), il professore di Letteratura (strizziamo l’occhio a Nabokov, noi!) ed Eddie (il barista letterato).
Non mi perderò a ricordare Andie la pazza (fatta sparire senza pietà, con un viaggio in Italia da cui non tornerà. Grazie per la bella pubblicità, Kevin Williamson!), il già citato Jack, o Audrey (detta il troione da sbraco) per tornare a focalizzarmi su Dawson.
Proprio lui, il protagonista, alla fine di sei stagioni, quando tutti raggiungono un punto fermo e sono lì a vivere il loro lieto fine, decide di dare LA SVOLTA.
Breve parentesi sul lieto fine: questo, ovviamente, non vale per la compianta Jen Lindley –al secolo Michelle Williams, attrice acclamata dalla critica- che tira le cuoia nell’ultima puntata. Non sia mai che fra dieci anni tirino fuori uno spin off, alla 90210, con un bel triangolo fra Lily (la sorella di Dawson), Alexander (il nipote di Joey) e Amy (la figlia di Jen) e a lei venga la malaugurata idea di accettare la parte.
Tra l’altro, vista l’evoluzione di protagonisti di Beverly Hills in 90210 (Kelly che diventa psicologa, ndV), il ruolo di Jen poteva essere solo quello dell’insegnante di religione.
Comunque dicevo, il nostro, dopo tutto quello che gli succede in centoventotto puntate (amori- lutti- genitori che si separano- genitori che si risposano- esami- lavori- film realizzati- intorti- figure dimmerda con Eva- discussioni sul niente- il tuo migliore amico che ti si frega la donna- lezioni di moralità e legalità… ad libitum),
Il tutto, parafrasando Joey, per dire che Le persone crescono, Dawson! Evolvono! .
Ecco, io e Dawson no. Però lui ha almeno incontrato Spielberg.
*Nonostante il tono sarcastico, si sappia e non si dimentichi che Dawson's Creek è il mio teen drama preferito, over the top. Lo prendo in giro in maniera bonaria, ma lo reputo il miglior maestro di vita che abbia mai avuto.
venerdì 29 giugno 2012
Dei corsi e dei ricorsi storici
Non è che sono sparita, è che sto transitando.
Sono subissata di emozioni, di cambiamenti che mi ripetono che “tutto scorre”(chè i nostri giorni sembrano piatti ma mica lo sono davvero!), di bisogno di calma per respirare ed accettare.
Ci si mette anche Radio DeeJay, con la canzone dell’estate (son grandi da 30 anni e non si smentiscono! Ma mi commuove, giuro!) e con la fine di Chiamate Roma TriunoTriuno, a farmi venire il patema da cambiamento, che io non sono nemmeno un tipo emotivo, nonnò, e stamattina quasi mi vengono i lacrimoni sentendo salutare il Trio.
È stato uno strano giugno. Non brutto e non triste, ma strano.
Ci sono date che sembravano lontanissime e sono diventate “oggi” , sensazioni che sembravano eterne che non lo sono più, eventi che credevi irripetibili e che tornano.
Un po’ mi ricorda gli ultimi giorni prima della maturità, quando eravamo felici che quella gabbia chiamata liceo fosse finita, ma un po’ eravamo già nostalgici per un periodo che (ahimè!) non sarebbe tornato più.
Per la cronaca, l’ultimo giorno di scuola, io piansi molto. Anche dalle foto si notano i miei occhi rossi.
So che mi abituerò, ma un po’ tremo. Perché è un po’ di me che se ne va, come direbbe il Manuel nazionale.
Sono subissata di emozioni, di cambiamenti che mi ripetono che “tutto scorre”(chè i nostri giorni sembrano piatti ma mica lo sono davvero!), di bisogno di calma per respirare ed accettare.
Ci si mette anche Radio DeeJay, con la canzone dell’estate (son grandi da 30 anni e non si smentiscono! Ma mi commuove, giuro!) e con la fine di Chiamate Roma TriunoTriuno, a farmi venire il patema da cambiamento, che io non sono nemmeno un tipo emotivo, nonnò, e stamattina quasi mi vengono i lacrimoni sentendo salutare il Trio.
È stato uno strano giugno. Non brutto e non triste, ma strano.
Ci sono date che sembravano lontanissime e sono diventate “oggi” , sensazioni che sembravano eterne che non lo sono più, eventi che credevi irripetibili e che tornano.
Un po’ mi ricorda gli ultimi giorni prima della maturità, quando eravamo felici che quella gabbia chiamata liceo fosse finita, ma un po’ eravamo già nostalgici per un periodo che (ahimè!) non sarebbe tornato più.
Per la cronaca, l’ultimo giorno di scuola, io piansi molto. Anche dalle foto si notano i miei occhi rossi.
So che mi abituerò, ma un po’ tremo. Perché è un po’ di me che se ne va, come direbbe il Manuel nazionale.
venerdì 11 maggio 2012
Firenze l'è piccina / e vista da i' Piazzale / la pare una bambina
Latito da un po’. Non per assenza di contenuti, ma per mancanza di tempo et voglia. Oppure a volte succede che sono stanca, che sono stata anche a correre e dopo la doccia collasso e non mi riesce a svegliarmi nemmeno per biascicare la buona notte a chi ho accanto.
Però sono stata a Firenze, qualche giorno fa.
Io a Firenze le voglio un po’ bene.
Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.
Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.
Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al bar (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso. Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.
In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.
Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Ho camminato tanto, per visitare i miei posti preferiti, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.
Solo poi sono passata davanti alla mia facoltà.
Sarei voluta entrare, ma poi ho desistito che ormai è andata e non c'è tempo per i rimpianti.
Tanto, alla fine, è andata comunque come doveva andare.
Però sono stata a Firenze, qualche giorno fa.
Io a Firenze le voglio un po’ bene.
Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.
Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.
Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al bar (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso. Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.
In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.
Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Ho camminato tanto, per visitare i miei posti preferiti, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.
Solo poi sono passata davanti alla mia facoltà.
Sarei voluta entrare, ma poi ho desistito che ormai è andata e non c'è tempo per i rimpianti.
Tanto, alla fine, è andata comunque come doveva andare.
lunedì 16 aprile 2012
“Questa nave non può affondare!” “È fatta di ferro, signore. Le assicuro che può affondare.”*
1998, Gennaio.
La piccola Viola non ha ancora 14 anni, frequenta la terza media, ha i capelli molto corti, non ha mai dato un bacio vero, ascolta i BackStreet Boys ed ha un appuntamento con altre due compagne di scuola davanti al cinema alle ore 15.
(Diversi anni fa, una tredicenne che usciva non aveva la libertà di una tredicenne moderna. Quindi andava al cinema alle 15, con tutta la digestione in corso, ndV.)Paga il biglietto (che con la riduzione “studenti” costava circa cinquemila lire o giù di lì), prende una Coca Cola e si mette a sedere in galleria, senza avere un posto ben definito che, quindici anni fa, al cinema ti mettevi a sedere dove volevi.
Viola guarda il film senza mai commentare, cosa che faceva sempre anche all’epoca.
Si ritrova a sognare un amore così.
Si ritrova innamorata di un giovane attore imberbe.
Si ritrova a piangere per gli ultimi quaranta minuti di film.
Si riaccendono le luci in sala.
Viola è stordita, non sa bene cosa sia successo, ma sa che niente sarà più lo stesso: è iniziata l’era "Titanic".
Nei mesi successivi, Viola scoprirà l’adolescenza regressiva: tappezzerà la sua stanza dei poster di Leonardo Di Caprio, farà le prove di bacio con i poster stessi, imparerà a memoria per la prima volta il testo (e la traduzione) di una canzone in inglese (questa), si farà una cultura sul Titanic che nemmeno Cameron in persona, tornerà al cinema altre due volte (commuovendosi sempre), MTV diventerà il suo appuntamento fisso (perché il video della canzone di cui sopra, passa circa 30 volte il dì) e giurerà (credendoci davvero, ndV) amore eterno a Leonardo Di Caprio.
Passano i mesi, gli anni, Viola cresce, s’appassiona ad altro, ma quell’amore così adolescenziale resta.
Non potrà mai evitare di vedere quel film, ogni volta che lo daranno in tv (che, insieme a Via Col Vento e Pretty Woman, è il film che ha segnato la sua educazione sentimentale).
2012, Marzo
Bivaccando sul divano, tre settimane fa, scopro che c'è chi non ha mai visto Titanic.
Al mio “MA DAVVEROOO?!” con gli occhi sgranati, mi si replica con un freddino “mattipare che sono stato al cinema a vedere Titanic?!”.
Detta a me, questa frase, ha lo stesso sapore di una BESTEMMIA.
D’un tratto, l’illuminazione sotto forma di trailer: ri-uscirà al cinema, in 3D.
Nessuno dei due ha vissuto l’esperienza di un film con gli occhialini.
Lo interpreto come un segno del destino. Andremo a (ri)vedere Titanic. Titanic in 3D. Titanic in 3D al cinema, quindici anni dopo.
Sabato è il giorno.
Facciamo scorta di caramelle gommose, patatine e Coca Cola, inforchiamo gli occhiali ed entriamo in sala dopo aver pagato il biglietto (che costa circa 13 euri compresi con gli occhiali, con un aumento -in quattordici anni- del 400% circa, sul prezzo del biglietto).
Intorno a noi, lo stesso pubblico eterogeneo di allora: ragazzine che non hanno mai visto il film (tra l'altro ci sono dei forum online sul film MERAVIGLIOSI redatti dalle stesse, ndV), famiglie, coppie in cui Lui è trascinato da Lei (come noi), gente che è lì solo per criticare, coppiette di bimbomynkia che cercano nel buio l’occasione per il pomicio facile, profani e adoratori.
Cala il buio e io mi isolo: non voglio sentire né voci, né ovazioni.
Già sui titoli di testa mi mordicchio il labbro che la sensazione di flashback è fortissima, quasi mi pare di avere accanto la me stessa tredicenne. Saranno tre ore lunghissime, già lo so.
Scopro che non potrò mai più vedere un film catastrofico senza 3D, che l’effetto che provi è come essere lì, in scena, fra Kate e Leo, sentendomi anche io un po’ Rose Dewitt Bukater.
Rose anziana (che, scopro da Wiki, è passata a miglior vita due anni fa), il ritratto ritrovato, la partenza del transatlantico, loro che si conoscono, la cena di gala: seguo tutto in apnea, mentre Azzurro si mangia tutta l’immensità di caramelle che abbiamo comprato.
Ad ogni scena, continuo a pensare che la versione restaurata è over the top: il film tiene botta al tempo in maniera magistrale, il digitale fa il resto.
Durante l’intervallo, mi accorgo che anche chi indossa quotidianamente la maschera di puro cineasta d’autore, s’è fatto prendere dalla storia più di quanto non voglia ammettere. Mi chiede “e ora che succede?”, gli rispondo nell'unico modo possibile.
Si affonda, per la prossima ora e mezzo. E cerchiamo di sopravvivere!
E sembra di affondare davvero: gli schizzi d’acqua sembrano colpirti, i corridoi hanno una profondità nuova che li rende claustrofobici, si ha quasi la sensazione dell’acqua gelida sulla pelle.
Si arriva al rush finale: la nave sta affondando, resta solo da scoprire chi e come si salverà. Non ce la faccio a più a mantenere l’espressione compita: mi sono sforzata fino adesso, ma ora non più. Lenti, scivolano via due lacrimoni che mi rigano le guance, seguiti da altri ed altri ancora, mentre tiro su col naso.
É un'ecatombe: piango sulla storia, sul tempo che è passato, sulla tredicenne di allora. Sembro una fontana.
Penso anche a come abbia disatteso il mio amore eterno per Leo (che poi a rivederlo era davvero un bambino e non mi pace nemmeno più in questo film. Lo apprezzo più maturo e barbuto, com'è oggi, anche se sta con Blake Lively, ndV).
Non sono mai pronta, al finale.
Nessuno lo è, tant’è che non si leva la solita pantomima dell’applauso in sala (che non ho mai capito: chi si deve appaudire? La maschera? L’operatore di pellicola?), ma si sentono solo nasi tirare su e silenzio.
Si riaccendono le luci. Sembro un panda, che mi è colato tutto l’eyeliner (sì, lo so, sarebbe stato meglio non truccare gli occhi. O almeno usare del waterproof, machevidevodì, credevo di reggerlo, l’impatto emotivo!), il mascara e la matita che si sono impastati con il fondotinta che vi lascio solo immaginare.
Almeno, a 13 anni non ero mica trucctaa!
*Che poi, secondo me, a definirla "inaffondabile", gliel'avevano proprio gufata!
La piccola Viola non ha ancora 14 anni, frequenta la terza media, ha i capelli molto corti, non ha mai dato un bacio vero, ascolta i BackStreet Boys ed ha un appuntamento con altre due compagne di scuola davanti al cinema alle ore 15.
(Diversi anni fa, una tredicenne che usciva non aveva la libertà di una tredicenne moderna. Quindi andava al cinema alle 15, con tutta la digestione in corso, ndV.)Paga il biglietto (che con la riduzione “studenti” costava circa cinquemila lire o giù di lì), prende una Coca Cola e si mette a sedere in galleria, senza avere un posto ben definito che, quindici anni fa, al cinema ti mettevi a sedere dove volevi.
Viola guarda il film senza mai commentare, cosa che faceva sempre anche all’epoca.
Si ritrova a sognare un amore così.
Si ritrova innamorata di un giovane attore imberbe.
Si ritrova a piangere per gli ultimi quaranta minuti di film.
Si riaccendono le luci in sala.
Viola è stordita, non sa bene cosa sia successo, ma sa che niente sarà più lo stesso: è iniziata l’era "Titanic".
Nei mesi successivi, Viola scoprirà l’adolescenza regressiva: tappezzerà la sua stanza dei poster di Leonardo Di Caprio, farà le prove di bacio con i poster stessi, imparerà a memoria per la prima volta il testo (e la traduzione) di una canzone in inglese (questa), si farà una cultura sul Titanic che nemmeno Cameron in persona, tornerà al cinema altre due volte (commuovendosi sempre), MTV diventerà il suo appuntamento fisso (perché il video della canzone di cui sopra, passa circa 30 volte il dì) e giurerà (credendoci davvero, ndV) amore eterno a Leonardo Di Caprio.
Passano i mesi, gli anni, Viola cresce, s’appassiona ad altro, ma quell’amore così adolescenziale resta.
Non potrà mai evitare di vedere quel film, ogni volta che lo daranno in tv (che, insieme a Via Col Vento e Pretty Woman, è il film che ha segnato la sua educazione sentimentale).
2012, Marzo
Bivaccando sul divano, tre settimane fa, scopro che c'è chi non ha mai visto Titanic.
Al mio “MA DAVVEROOO?!” con gli occhi sgranati, mi si replica con un freddino “mattipare che sono stato al cinema a vedere Titanic?!”.
Detta a me, questa frase, ha lo stesso sapore di una BESTEMMIA.
D’un tratto, l’illuminazione sotto forma di trailer: ri-uscirà al cinema, in 3D.
Nessuno dei due ha vissuto l’esperienza di un film con gli occhialini.
Lo interpreto come un segno del destino. Andremo a (ri)vedere Titanic. Titanic in 3D. Titanic in 3D al cinema, quindici anni dopo.
Sabato è il giorno.
Facciamo scorta di caramelle gommose, patatine e Coca Cola, inforchiamo gli occhiali ed entriamo in sala dopo aver pagato il biglietto (che costa circa 13 euri compresi con gli occhiali, con un aumento -in quattordici anni- del 400% circa, sul prezzo del biglietto).
Intorno a noi, lo stesso pubblico eterogeneo di allora: ragazzine che non hanno mai visto il film (tra l'altro ci sono dei forum online sul film MERAVIGLIOSI redatti dalle stesse, ndV), famiglie, coppie in cui Lui è trascinato da Lei (come noi), gente che è lì solo per criticare, coppiette di bimbomynkia che cercano nel buio l’occasione per il pomicio facile, profani e adoratori.
Cala il buio e io mi isolo: non voglio sentire né voci, né ovazioni.
Già sui titoli di testa mi mordicchio il labbro che la sensazione di flashback è fortissima, quasi mi pare di avere accanto la me stessa tredicenne. Saranno tre ore lunghissime, già lo so.
Scopro che non potrò mai più vedere un film catastrofico senza 3D, che l’effetto che provi è come essere lì, in scena, fra Kate e Leo, sentendomi anche io un po’ Rose Dewitt Bukater.
Rose anziana (che, scopro da Wiki, è passata a miglior vita due anni fa), il ritratto ritrovato, la partenza del transatlantico, loro che si conoscono, la cena di gala: seguo tutto in apnea, mentre Azzurro si mangia tutta l’immensità di caramelle che abbiamo comprato.
Ad ogni scena, continuo a pensare che la versione restaurata è over the top: il film tiene botta al tempo in maniera magistrale, il digitale fa il resto.
Durante l’intervallo, mi accorgo che anche chi indossa quotidianamente la maschera di puro cineasta d’autore, s’è fatto prendere dalla storia più di quanto non voglia ammettere. Mi chiede “e ora che succede?”, gli rispondo nell'unico modo possibile.
Si affonda, per la prossima ora e mezzo. E cerchiamo di sopravvivere!
E sembra di affondare davvero: gli schizzi d’acqua sembrano colpirti, i corridoi hanno una profondità nuova che li rende claustrofobici, si ha quasi la sensazione dell’acqua gelida sulla pelle.
Si arriva al rush finale: la nave sta affondando, resta solo da scoprire chi e come si salverà. Non ce la faccio a più a mantenere l’espressione compita: mi sono sforzata fino adesso, ma ora non più. Lenti, scivolano via due lacrimoni che mi rigano le guance, seguiti da altri ed altri ancora, mentre tiro su col naso.
É un'ecatombe: piango sulla storia, sul tempo che è passato, sulla tredicenne di allora. Sembro una fontana.
Penso anche a come abbia disatteso il mio amore eterno per Leo (che poi a rivederlo era davvero un bambino e non mi pace nemmeno più in questo film. Lo apprezzo più maturo e barbuto, com'è oggi, anche se sta con Blake Lively, ndV).
Non sono mai pronta, al finale.
Nessuno lo è, tant’è che non si leva la solita pantomima dell’applauso in sala (che non ho mai capito: chi si deve appaudire? La maschera? L’operatore di pellicola?), ma si sentono solo nasi tirare su e silenzio.
Si riaccendono le luci. Sembro un panda, che mi è colato tutto l’eyeliner (sì, lo so, sarebbe stato meglio non truccare gli occhi. O almeno usare del waterproof, machevidevodì, credevo di reggerlo, l’impatto emotivo!), il mascara e la matita che si sono impastati con il fondotinta che vi lascio solo immaginare.
Almeno, a 13 anni non ero mica trucctaa!
*Che poi, secondo me, a definirla "inaffondabile", gliel'avevano proprio gufata!
venerdì 30 dicembre 2011
The last!
Ultimo post dell’anno, ultima traccia di questo 2011!
E, per la cronaca, nonostante caposanno sia fra una manciata di ore, ancora non so cosa farò. Sì, dovrei decidermi, ma ancora non lo so.
Perché, mai come quest’anno mi dispiace di lasciare indietro un altro capitolo della mia vita, che non ci saranno mai più mesi così.
Dopo un freddo Gennaio che mi ha messa in riga, Febbraio ha fatto piovere sul bagnato alla mostra sui dinosauri, Marzo mi ha salutato come lavoratrice per davvero, Aprile m’ha lasciato un anno in più sulle spalle, Maggio mi ha regalato la primavera, Giugno mi ha sconvolto ogni piano e progetto, Luglio è stato Dolce Vita, Agosto si è trascinato sulla spiaggia, Settembre ha fatto grandi promesse, Ottobre ha invecchiato lui, Novembre mi ha portata a Ferrara e Dicembre ha regalato nuove speranze.
E ora siamo di fronte ad un nuovo calendario che, anche se parte bisesto, preannuncia grandi progetti in (plausibile) partenza.
Per il resto, buon anno a tutti!
E, per la cronaca, nonostante caposanno sia fra una manciata di ore, ancora non so cosa farò. Sì, dovrei decidermi, ma ancora non lo so.
Perché, mai come quest’anno mi dispiace di lasciare indietro un altro capitolo della mia vita, che non ci saranno mai più mesi così.
Dopo un freddo Gennaio che mi ha messa in riga, Febbraio ha fatto piovere sul bagnato alla mostra sui dinosauri, Marzo mi ha salutato come lavoratrice per davvero, Aprile m’ha lasciato un anno in più sulle spalle, Maggio mi ha regalato la primavera, Giugno mi ha sconvolto ogni piano e progetto, Luglio è stato Dolce Vita, Agosto si è trascinato sulla spiaggia, Settembre ha fatto grandi promesse, Ottobre ha invecchiato lui, Novembre mi ha portata a Ferrara e Dicembre ha regalato nuove speranze.
E ora siamo di fronte ad un nuovo calendario che, anche se parte bisesto, preannuncia grandi progetti in (plausibile) partenza.
Per il resto, buon anno a tutti!
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