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martedì 22 dicembre 2015

Delle lettere a Babbo Natale

É quasi Natale.
É un Natale strano.

Spesso mi vengono in mente delle banalità, altre volte delle cose serissime. Sono però sempre pensieri molto intensi, che mi lasciano frastornata e carica di malinconia.
(Credo che siano le feste, la casa buia quando torno dal lavoro, et varie.)

Ecco, questo vorrei chiedere qualcosa Babbo Natale.
E anche un altro paio di cosette.
Anzi, tanto che ci sono, la mia letterina (ritardataria), la metto qui, che se Babbo Natale si googla, magari la trova e mi ascolta.

Caro Babbo Natale,
sono Viola.
Quest'anno non sono stata sempre buona, ma la vita è stata parecchio stronza con me, quindi vedi di non fare troppo il ragioniere precisino e prova almeno ad ascoltarmi.

Non voglio grandi cose: di oggetti sono piena, di vestiti e scarpe pure (oddio, se ti dovessero avanzare un paio di Laboutin, cercherò di non fare la schizzinosa!), la casa con l'ascensore di Barbie non me l'hai portata quando avevo otto anni e ormai mi sono rassegnata, dell'iphone 6S non m'importa quindi cerca di esaudirmi.

Voglio sentirmi un po' meno triste, in queste feste e un po' meno malinconica.

Voglio un po' di pace: non dico di desiderare una vita piatta, ma un filino di serenità, se ti avanza, buttala pure che la prendo.

Voglio calore: non solo quello derivato dal riscaldamento (casalingo o globale), ma quello derivato dall'affetto. Quest'anno l'ho provato in qualche occasione, a volte in modo completamente inaspettato, a volte in maniera radicata. Ecco, di questo tipo di calore ne vorrei A VAGONATE.

Voglio sorridere di più, quindi vedi di darmi occasione per fare sorrisi veri e non di circostanza, che mi vedo insolitamente bella quando sorrido col cuore.

Voglio avere fede in me stessa, che spesso pecco di sfiducia nei miei stessi confronti, nonostante mi sia più volte dimostrata che non sono un'inetta qualunque, ma sono una che a modo suo ce la fa sempre. Ecco, vedi di farmelo tenere sempre a mente.

E poi sì, Babbino, ovviamente salute per me e per tutti quelli a cui voglio bene, ma quello credo che non ci sia nemmeno bisogno di dirlo.
Come vedi non sono stata di grandi pretese, quindi cerca di venirmi un po' incontro, io ti prometto che nel 2016 sarò bravissima.
V.


Come avevo preannunciato, non sono grandi cose.
E secondo me, un pochino me le merito pure.

lunedì 24 agosto 2015

Del mare

Mare.

Mare da adulta con due bambine e con la loro mamma.

Mare che è sempre mare, con la sua (mia) malinconia.

Mare con la crema solare, il doposole e i castelli, che erano vent'anni che non rifacevo un castello di sabbia.

Mare con i discorsi sul come eravamo, come siamo e cosa saremo.

Mare tanto diverso dall'ultima volta qui, ma sempre uguale nei suoi negozi altolocati e locali di tendenza.

Mare mai azzurro, mai limpido, mai bello ma sempre pieno di gente.

Mare con i ragazzini vicini di ombrellone che raccontano della sbronza della sera prima.

Mare con le signore di Milano con i capelli perfetti, i costumi perfetti, le borse perfette e i mariti assenti.

Mare con i cornetti per colazione mangiati in giardino.

Mare per salutare un'estate senza vacanze ma con lo spirito di chi è in vacanza da sempre.

Mare.

sabato 11 luglio 2015

Dell'estate (la protezione 0 spalmata sopra il cuore)

L'estate con i suoi singoli che poi diventano tormentoni e poi, a settembre, non li tolleri più manco per sbaglio.

L'estate con il caldo che non ti fa dormire la notte e alle tre ti affacci alla finestra per cercare di respirare un po' e poi la mattina in ufficio sei uno zombie.

L'estate con i suoi concerti: migliaia di foto uguali con visi diversi, tutti ad urlare le stesse canzoni come se fossero scritte solo per noi.

L'estate con i suoi week end al mare, la sabbia dentro i sandali, la pelle che sa di crema solare, i capelli ingestibili che tanto domani saranno solo peggio, le cene a base di pesce e falanghina ghiacciata.

L'estate con le sue repliche televisive, i telegiornali che parlano del troppo caldo  (ma quest'anno la Grecia li ha messi in crisi) e le interviste davanti ai negozi il primo giorno di saldi, come se la vita fosse cristallizzata per tre mesi.

L'estate con i suoi tramonti da social network, belli solo se instagrammabili,  vissuti come se fossero uno spettacolo gratuito, ogni sera, nonostante le zanzare tigre.

L'estate.
Nonostante tutto, io la amo più che mai.

mercoledì 31 dicembre 2014

Facciamocela (Buon 2015)

Ci siamo: fra una manciata di ore questo orrido 2014 sarà archiviato, finito, concluso, chiuso, dimenticato (magari).
Gli eventi che hanno reso questi 365 giorni così orribili sono miei: sopravvivo nonostante tutto, ma spero che degli anni così a voi non capitino mai.
Poi però ieri alla radio ho sentito che "le grandi cose fanno morire, le piccole sono quelle che fanno vivere" e ho pensato che è vero e che dovevo scriverle qui, quelle piccole cose belle che sono successe in quest'anno, perché sono quelle che mi hanno permesso di sopravvivere.

Le persone che ho incontrato.
Il 2014 è stato un anno che mi ha portato a conoscere gente.
Luisa e Silvia sono gli esempi più lampanti di come conoscere gente sia facile ed emozionante: dall'essere le mie amichette del twitter, sono diventate amiche, persone "vere". Sempre del gruppo dei "virtuali", ho incontrato anche l'ormai celebrità Stazzitta (che è una forza della natura), Martino che parte per l'impero del male e che è un vero signore e fra qualche ora incontrerò Laura, che oltre ad essere molto rosa è zitella come me, ma al contrario è davvero dolcissima.
Poi ci sono i "reali", le persone che hanno attaccato bottone con me, quelli che conosci quando sei sbronza e vuoi bene a tutti, i colleghi che li conosci da n anni ma poi scopri che sono diversi e ci sono, in maniera diversa da come immaginavi.

Le persone che ho riscoperto. 
Ci sono quelli che credevo di aver perso per la strada, quelli che ci siamo allontanati senza sapere perché, quelli che è passato talmente tanto tempo che non lo so più perché ero arrabbiata.
Molti li ho ritrovati, diversi da come li avevo lasciati ma non poi così tanto.

La consapevolezza.
Tutto quello che ho vissuto mi ha fatto capire che ce la posso fare.
Certo, ogni volta che prendo una decisione grande me la faccio sotto e spero di non fare troppe cazzate, ma ora so che ce la posso fare.
Non sono una ragazzina, ma sono ufficialmente una donna anche se mi fa ridere l'idea.

Ecco, con questi pensieri voglio cominciare il 2015, con l'idea che c'è un mondo di persone da conoscere e un'infinita gamma di opzioni fra cui scegliere.
E che posso fare tutto, facendocela sempre.

lunedì 28 luglio 2014

L'importante è che succeda qualcosa, qualsiasi cosa

Sottotitolo: Del perché mi piacciono Le Luci Della Centrale Elettrica, della gelosia e dei ritorni all'adolescenza.
Vuoi che la mia vita -in questo momento- non va affatto bene, vuoi che tutte le paure e le angosce vissute negli ultimi due mesi stanno presentando il conto e vuoi pure che non c'è nessuno che riesca a ledere minimamente tutte le paure e le angosce di cui sopra, io -come una quindicenne qualunque- mi rifugio nella musica.
E canto.
Canto urlando in macchina, anche con i finestrini aperti.
Canticchio sottovoce mentre lavoro.
Cito canzoni quando parlo.
Canto e cerco di trovare un qualcosa che sia un istante di serenità, una speranza per il futuro, in un momento che proprio non va.
Gran parte di quello che canto ultimamente è di Vasco Brondi.

Io di musica non ne capisco tanto: mi piaceva Ligabue quando a tutti piaceva Ligabue (Vasco invece per me è sempre stato un ni incerto), metà della musica che ascolto deriva dalle persone che hanno transitato nella mia vita, l'altra metà è induzione radiofonica, poco (pochissimo) è quello che è davvero mio, frutto del mio ascolto e libero da condizionamenti social-sentimentali.
Anche Vasco Brondi non è roba mia.
Lo sarebbe stato se nell'inverno 2011 (credo, forse, non lo so), in una serata a ciabattare con una sigaretta nella mano e un Amaro Del Capo nell'altra, non avessi declinato la proposta di tutti quelli che ho incontrato che mi dicevano "Vieni al concerto de Le Luci Della Centrale Elettrica?".
Preferii rimanere a cazzeggiare come sempre, presumibilmente ero incazzata a morte con qualcuno.

A giugno del 2011, però, non potei evitare: complice un amore appena nato, molti bicchieri di vino e un'ipod nuovo di zecca, le Canzoni Da Spiaggia Deturpata e Per Ora Noi La Chiameremo Felicità entrarono prepotentemente nel mio repertorio.
C'è voluto tempo per ascoltarle davvero. Troppe parole, troppe immagini, molti riferimenti nascosti ed altri palesi ma troppo complicati, nessun (o quasi) ritornello, molte urla, significati da cercare senza essere certi di trovarli. Non capisci gli incubi dei pesci rossi urlava, ma io non capivo nemmeno il resto, all'inizio.
Il silenzio degli anni successivi e l’assenza di un nuovo album, mi ha dato tempo di recuperare, in tanti viaggi in macchina, in ancor più numerosi viaggi in treno, in casa, in momenti in cui volevo pensare e in altri in cui volevo solo urlare.
In questi tre anni L'Amore Ai Tempi Dei Metalmeccanici, Piromani e La Gigantesca Scritta Coop hanno smesso di essere parole sconnesse, tornando ad essere quello che erano in origine: sensazioni e sentimenti di chi ha vent'anni e si trova davanti un mondo molto diverso da quello raccontato.

Quando è uscito Costellazioni, a marzo, sono corsa a comprare il cd per regalarlo alla persona che mi aveva portato in quel mondo. Io avevo la febbre, mi pulsavano le tempie, ma sono rimasta in auto per tanto tempo ad ascoltarlo con lui.
L'ho detto subito "È cambiato, forse cresciuto, forse è diventato pure un po' più ottimista".
Chi era con me ha negato, ma secondo me non aveva capito.
(Aggiungo anche che, visti i miei cambiamenti sentimentali, l'album me lo sono pure comprato online, raggiungendo così quota 2 copie acquistate! *ndV*)
In un'intervista in radio mesi dopo, ho avuto la mia personale conferma: Vasco Brondi non solo rideva, ma addirittura avvallava la mia teoria; i tempi sono cambiati, lui è cambiato, non si è limitato a riprendere da dove aveva lasciato, ma si è deciso a fare tabula rasa e capire dove (e chi) fosse oggi.
Fra i versi, infatti, si trova un respiro diverso: meno urla e più storie, meno rabbia e più speranza, pur senza arrivare a snaturarsi o a scimmiottare altri stili. Chissà, forse si è innamorato, forse la pensa diversamente o forse ha seguito le indicazioni di un responsabile marketing. Non lo sappiamo, ma questo non toglie che i quindici pezzi sono belli, nuovi ed emozionanti.

Venerdì, armata di coraggio e di un pieno di benzina sono stata ad ascoltarlo a 70 km di distanza (parafrasandolo: se ne va in una città a 70 km): è uno scricciolo che salta, che si emoziona, che stona pure, ma che non si ferma e che si diverte.
Le Luci hanno avuto il merito di emozionarmi come non mi succedeva (in un concerto) da tempo, di farmi cantare tutte le canzoni, di farmi peccare di qualunquismo facendo foto con il cellulare, di ridarmi i miei diciotto anni, nonostante che né io -né lui- diciotto anni li abbiamo più da un bel po'.
C'erano tanti ragazzini e tante ragazzine che cantavano, non esagero dicendo che ero fra le più vecchie. Mi ha fatto tenerezza e rabbia insieme vederli tutti lì, perché son felice per voi che suonate, ma io mica sono convinta che tutti quelli che cantavano sapevano di Ghirri, del parco Massari, di Truffaut, di Pasolini, di Pazienza, di Bassani e di Aldrovandi. Poi vabbè, nemmeno io avrei saputo se le cose non fossero andate così, ma ora lo so e son gelosa di tutti quelli che si arrogano il diritto di cantare senza sapere.

Non è un post di critica musicale (non saprei nemmeno farlo), ma è solo un modo per raccontare, per fermare tutto il fiume in piena di parole, di luci, di suoni e di foga che mi ha investito e che mi porta a sentirmi tra Ferrara e la Luna.
E che è bello vedere che si può crescere e prendere pieghe diverse, ma comunque bellissime.

lunedì 19 maggio 2014

Dei week end, delle Deejay Ten e delle amiche

Viaggio in treno,come sospesa.

La gola secca, la musica triste nell'ipod (che per la prima volta nella mia vita ho comprato regolarmente) e la certezza che, a volte, basta poco per sorridere.

Le gambe pesanti, le ballerine che fanno male ai piedi e il sacco della deejay ten sulle ginocchia.

Lo smalto rosso un po' sbeccato, il trucco che ha ceduto e una polaroid in cui sorrido e che rappresenta il meraviglioso mood "under the sun" che troppo spesso dimentico.

La maglietta "Run Like A Deejay", sgualcita, da portare in palestra con fierezza, come una che l'ha fatta e pure bene, che tanto mica dice che ho partecipato alla "Deejay Five" con due banane nella borsa (se non la capite, dovete assolutamente ascoltare il Trio Medusa, di prima mattina) e che in mezzo facevamo le foto sceme alle vetrine dei negozi.

I pranzi al mercato, il vino, i dolci buonissimi, lo shopping che rimanga come ricordo, il panino con il lampredotto, le figure di merda, Samantha Jones e le altre ragazze di Sex And The City che ci regalano spunti di conversazione come se piovesse e l'insana passione per Lorelai e Rory Gilmore che cerco di attaccare a chiunque mi graviti intorno (anche a chi tifava per un'ecatombe nucleare su Stars Hollow).

Scrivo post sul cellulare, per fermare emozioni e belle sensazioni, che edito la mattina dopo e che sanno di buono e di vissuto.

martedì 20 agosto 2013

Ogni riccio un capriccio

Signori miei, settembre è alle porte: è finita la stagione delle foto di piedini smaltati nelle acque cristalline del Salento-Costa Azzurra-Costa Smeralda-Isole Greche et similia, dei micro short di jeans strappati portati con le converse, dei mojito consumati lungomare durante l'aperitivo.
Salutiamo l’estate con la manina e prepariamoci alle battute sui Green Day via Twitter o FB (Billie it's October!) o, se avete dei following indie, sulle Luci Della Centrale Elettrica (Come back September!).

Nel mio mondo settembre significa solo due cose: taglio di capelli e buoni propositi.
Partiamo dalle cose facili, i buoni propositi.
- Dimagrire (non solo perchè sono culona, ma perchè l'ernia non mi lascia dormire la notte, dal dolore);
- Ginnastica posturale ogni giorno (vedi sopra);
- Trovare un corso (economico) per imparare a cucire e cucire (voglio milioni di vestiti in stile forties);
- Smettere di fumare Fumare meno;
- Vendere un'infinità di oggetti inutili che possiedo, così libero la mia stanza e guadagno qualche spicciolo;
- Andare a Parigi con Azzurro (e andare alla Messa, solo per dire "Parigi val bene una messa”);
- Se andrò a Parigi con Azzurro e se indosserò un vestito anni 40 che mi sarò cucita, in una qualunque discussione con lo stesso, usare l'espressione "Avremo sempre Parigi";
- Trovare una casa con cui vivere con Azzurro;
- Convincere la dirigenza di RAI4 a prendermi come stagista nella redazione di MainStream (Carlo Freccero, sei ancora tu il direttore? Mi leggi? Ho visto tutte le puntate TUTTE in 3 giorni! Prendimi con te, ho idee meravigliose!);
- Provare a mandare un curriculum in RAI (Salve sono Viola, guardo quintali di televisione dai tempi di Vola Mio Mini Pony e da allora sono convinta che abbiate fatto un grave errore strategico, non comprandone i diritti. Vogliamo evitare di reiterare, assumendomi?);
- Non abbandonare il blog.

Detto questo, che onestamente non è nulla di che, arriviamo alle cose davvero difficili: il nuovo taglio di capelli 2013-14.
A questo proposito occorre fare una doverosa premessa: io ho i capelli crespi, tendenti al riccio, nel senso sotto fanno i boccoli (ben definiti, per dire la verità), sopra diventano un’ingestibile massa crespa indomabile per qualunque prodotto non altamente tossico.
E li ho lunghetti, almeno 5-6 cm sotto le spalle, e tali voglio che rimangano, dato che potrebbero servirmi, sia mai che nell'anno del mio triagesimo compleanno diventi anche la sig.ra Azzurro (questa è un’altra storia. Una storia completamente slegata dal mondo reale, al momento. Però non si sa mai, ecco).

Detto ciò, sul colore, ho un'unica certezza: NO MORE SHATUSH.
Lo shatush is over, per me: lo abbiamo visto in ogni modo: simili ricrescita di sei mesi (baluardo delle celebrities nostrane qui qua quo que), delicato (come Angelina), colorato (d'ispirazione punk), sui capelli corti (come la fasulla Violante Placido che sponsorizza la tinta castana) e al contrario (Gwyneth Paltrow lontana anni luce dal suo adorabile taglio corto).
Anch'io ne ho dei residui, ma oggi, in assoluta è piena coscienza dico che ha rotto il cazzo!
Ci rivedremo nelle foto, fra dieci anni, e inorridiremo come quando le nostre mamme vedono le loro capigliature anni 80: se all’inizio era innovativo e figo ora basta, per me è un no.
Urge quindi individuare un taglio lungo,  adatto ai miei capelli castani, che sia gestibile sui miei capelli crespi.

Guardo Miranda Kerr, nostra signora dello stile (e patrona delle mogli degli uomini fighi), in cerca dell'ispirazione.
Spulcio pinterest, senza trovare soddisfazione.
Googlo Long Cut Hair, senza nessun risultato.
Non c'è una Katie Holmes qualunque, a guidarmi nel taglio radicale del 2010 (Katie, appena non dovrò più fare l'acconciatura, lo rifarò, te lo prometto!), nè una magrissima Keira Knightley a illuminare un caschetto mosso sbarazzino come nel 2011 (tra l'altro, Keira è indiscutibilmente la sposa più bella del 2012), nè un taglio di transizione per farli crescere come nel 2012 (Reese Witherspoon docet).
Niente amici, niente.
E non ho posso portare alla mia fidata parrucchiera di paese la foto di Leighton Meester, perchè lei mi brontolerebbe e mi direbbe "allora vuoi solo la piega?".
E io non voglio solo la piega, io voglio un taglio figo e che possa gestire.
Con un colore figo che non mi faccia sentire una badante trascurata.

E vorrei pure che qualcuno m'insegnasse a fare la piega boccolosa per bene (tentativi falliti: magic leverag, bigodini normali, torchion spruzzati con acqua e sale, ciocchette fermate con i becchi d'oca, trecce, fascia alla rambo con le ciocche fermate intorno).
Okay, mi comprerò il ferro.

Resta però l'annosa questione del taglio.
Non è che per caso avete una modella strafiga che io non conosco, da suggerirmi? Un'attrice in scesa? Una starlette d'oltre oceano con dei bei capelli?
In cambio, oltre alla mia sempiterna gratitudine, potreste avere la gloria nell'aldilà.

giovedì 8 agosto 2013

Summertime

L’agosto a casa.
L’agosto al lavoro.
Il ferragosto come unico giorno di tregua, mentre gli altri si affollano sui bagnasciuga del mondo.
Un bilancio che si approva troppo presto.
Le mattinate a fare scritture contabili, ascoltando gli Oasis e i 360° in un altalena musicale tremenda.
La lattina di Coca Cola personalizzata che non ho.
La città che prima era deserta per ferragosto e ora, grazie alla crisi, rimane immutata e ti toglie la sensazione di essere un’eroina sopravvissuta all’ecatombe nucleare.
La canzone perfetta da cantare di prima mattina, che alla radio non passa mai.
I bambini che nascono.
Il concerto di Jovanotti gratuito a Cortona, che avrei ballato come una pazza se solo ci fosse stata un po’ di partecipazione.
Bryan Adams,  la sua “Estate del 69” e “Tutto quello che fa” e chissà se fa i concerti d’estate.
La sabbia nelle scarpe, ormai reperto di un luglio finito.
I minigolf che qui non ci sono e chissà perché sono concentrati solo al mare.
Twitter pieno solo di foto di spiagge, aperitivi sulla spiaggia, feste sulla spiaggia e qualunque cosa ma sempre sulla spiaggia.
I tulipani che fioriscono solo in primavera e ora, se vuoi i tulipani, mica li trovi.
Il gelato che lo mangio e poi mi sento in colpa che ingrasso, che mica ero così grassa due anni fa.
Gli amici che si fermano una notte e sembra quasi vacanza.
“Ovunque ma non qui”ma anche “Questa è la mia casa”.
Le estati da lavoratrice che ancora non mi sono abituata, nonostante abbia compiuto cinque anni di lavoro proprio qualche giorno fa.
Le stelle cadenti che non si vedono mai quando hai un desiderio pronto.
La stella cadente che ho visto, nell’unico secondo in cui ho alzato lo sguardo, ma non avevo un desiderio pronto e c’ho messo troppo a realizzarlo e secondo me qualcuno me l’ha fregato.
Il caldo e le piscine troppo affollate.
L’estate che ami ma forse quest’amore non basta più.

L’estate.

mercoledì 19 giugno 2013

Maturità t'avessi preso... dopo!

Non ho mai avuto gli incubi sulla maturità, né prima, né durante, né dopo.

Non avevo paura, ero emozionata quello sì.

Dieci anni fa, oggi, anch’io entravo in quel liceo che nell’atrio ha un’inquietante scultura ai caduti per la patria, che portava ancora l’epigrafe “Liceo Regio”, che aveva fatto da sfondo alla soddisfazione di compiti riusciti e alla delusione per storie finite e che quel giorno sarebbe stato la scenografia della mia (nostra) maturità.
Mi ricordo però che era caldo, tanto: fu l’estate più calda dal 1878.

Il nostro preside si era raccomandato di presentarsi vestiti decenti (disse esattamente così: ragazzi presentatevi in abiti decenti), io avevo la camicia azzurra, la gonna a tubo di jeans blu scura (really?), la catena al collo (residuo del mio periodo finto punk, ma ormai un portafortuna assoluto) e i sabot rossi, orribili, dell’adidas.
In braccio, lo Zingarelli.
Sulle spalle lo zaino con dentro due replay nere (odiavo il bianchetto, io scrivevo con la penna cancellabile, come alle elementari), le sigarette, una bottiglia d’acqua, la pizza sfoglia comprata da mia mamma (che era molto più agitata di me e passò la notte insonne, al contrario mio), il lettore cd con la compilation chiamata -in una botta di creatività- “Maturità t’avessi preso prima”, l’Aulin e il diario, che non si sa mai che ci sia bisogno.
Mica lo sapevamo che aveva ragione Venditti, che era l’alba del giorno dopo.

Non avevo paura, ero curiosa di vedere come mi sarebbe sembrata la scuola quel giorno, quello sì.

La mia classe era nel corridoio davanti all’aula magna, nel punto in cui la scuola diventava un bunker e non prendevano né la radio, né il cellulare.
Il cellulare depositato all’ingresso in piena onestà, Piero il bidello che fumava le Nazionali senza filtro che dava la pacca sulla spalla a tutti e diceva “in bocca al lupo”, come se fossimo tutti figli suoi.

Non avevo paura, ero convinta che il tema di letteratura mi avrebbe salvata, quello sì.

Le risatine in attesa che i carabinieri portassero il plico, le voci dell’ultimo minuto, “faccio il tema di letteratura, solo se non è Pirandello”.
(Ovviamente era Pirandello.)
La Laura seduta davanti a me, la Stefania e la Sara di fianco, in formazione da guerra. Il quartetto compatto, quelle che scambiavano per sorelle anche se non ci somigliano in niente.

Non avevo paura, ero sotto pressione quello sì.

Poi, con i fogli in mano e leggendo “Prima Prova - Sessione Ordinaria 2003”, mi rendevo conto d’un tratto che era tutto reale, che stava succedendo veramente  e che io, arrivata in quelle aule poco più che bambina senza seno e con i capelli cortissimi, ero una (quasi) donna e stavo davvero affrontando l’esame di stato.

Non avevo paura, avevo voglia di fare al meglio, di spaccare tutto, quello sì.

Passai la prima ora a leggere tutte le tracce minuziosamente (non credo di aver mai letto così lentamente) e le successive quattro a scrivere. Per la prima volta in vita mia scrissi prima la brutta copia, poi la “bella”.
Ogni tanto ci si scambiava qualche parola con le altre, che durante il tema non c’è mica da copiare e pure i professori erano rilassati. Ci fu sicuramente anche qualche battuta, anche se non le ricordo più.
Il mio tema  era quello sulla carenza d’acqua nel mondo: cosa si può scrivere a riguardo che non sia ancora detto? (Le altre possibilità erano peggiori, vi dico solo che c’era il tema su “La Famiglia”. Sì, all’esame di stato il tema sulla famiglia. Competenza a mille al ministero, eh?!)
Non scrissi troppo banalità, e un paio di riflessioni le reputavo anche discrete.

Non avevo paura, ero insicura della qualità del mio scritto, quello sì.

Consegnandolo, mi sentivo svuotata, di colpo come se fossero passati 5 giorni, invece che 5 ore (no, non ho sfruttato le 6 ore a disposizione, mi faceva caldo e soprattutto avevo fame!).

Ma non avevo paura.

Oggi, puntuale come un orologio svizzero, una delle mie più care amiche mi scrive un messaggio, spersa in un isolotto in mezzo al mediterraneo “E comunque sono dieci anni dalla maturità”.
Riprendo la compilation di allora e nell’ordine ascolto Notte prima degli esami, La dura legge del gol, Nothing else matters e Redemption Song che sono la combo perfetta per una crisi di  paranoia senza eguali.
Le rispondo con “la matematica non sarà mai il mio mestiere”, che mi sarebbe piaciuto fosse vero.

Paradossalmente ho molta più paura oggi.

venerdì 5 ottobre 2012

Del nervosismo, delle conversazoni fra donne


A Ferrara c’è il Festival d’Internazionale.
A Ferrara c’è Le Luci Della Centrale Elettrica che presenta la sua graphic novel (che chiamarla fumetto fa così 1.0!), stasera.
A Ferrara Vinicio Capossela fa un concerto gratuito all’ombra del Castello.
A Ferrara io non ci sono, perché mi son fatta fregare dallo snobismo culturale, dal se ci vanno tutti gl’intellettuali, è più da intellettuale non andare!, dal fatto che è la mia città dell’amore e sarà troppo piena di gente e m’innervosirò, dal boh poi si vedrà (e poi non s’è visto).

Ma tutte le motivazioni logiche di ieri, oggi sono franate. E mi girano i coglioni, perché voi ci siete e io no, perché voi la vedrete non solo bellissima e autunnale e magica, ma pure con tutta una serie di robe fighissime.
(Mentre io sto qui, nel paese mio che stai sulla collina)

Nemmeno gli ABBA che stamattina sono passati in radio mentre ero ferma al semaforo (e su cui ho improvvisato un balletto, mentre il mio vicino di fila mi guardava e rideva. Ma io -con gli ABBA- non riesco a non ballare), m’hanno tirato su di morale.

Il mio collega, con il suo Iphone 4S acquistato ieri, vendendomi di cattivo umore (e conoscendo le mie risposte acide) m’ha pure offerto di parlare con Siri, dicendomi “almeno ti sfoghi con lei”.
Io non c’avevo mai parlato con un telefono, men che meno con una sedicente donna dalla voce metallica, il cui nome significa “bella donna che ti porta alla vittoria”. E avevo dei dubbi che una roba così potesse essere femmina.
Comunque, sconfortata, mi sono messa a parlare con un telefono (inteso come complemento di compagnia, non di mezzo!), che comunque è una cosa che vista da fuori fa abbastanza scemo.

- Ciao Siri, oggi ti mando affanculo!
- Non ti arrabbiare con me, sto ancora imparando.
- Non mi arrabbio, è che a me mi gira il cazzo!
- Non ho capito. Vuoi che cerchi A-ME-MI-GIRA-IL-CAZZO?

Già mi cadi nel “non ho capito”? Non è che ti abbiamo sopravvalutata? No vabbè, proviamo a fare quello di cui tutti parlano, vediamo se mi dai soddisfazione.
Infatti, tutti sanno che Siri conosce la supercazzola, tant’è che anche Repubblica e Corriere le hanno dedicato un trafiletto in prima pagina. Ora tento pur’io, vediamo se è così simpatica come dicono.

- Siri, ma la supercazzola prematurata con scappellamento a destra?
- Questa è vecchia!

Capite quanto sia stronza, questa Siri?! Empatia 0! E io gliel’avevo pure detto che ero nervosa. Siri, amica mia, se faccio la supercazzola ad un cellulare (non mio), è evidente che non voglio risposte da frigida mestruata.
Siamo donne oltre le gambe c’è di più, fammi ridere Siri! Non fare come le femmine umane che sono sempre acide con le proprie simili. Empatia è la parola chiave, dai retta a me!
Riproviamo, vediamo se hai capito.

- Come fosse antani…
- Senza contare che ha perso i contatti con il Tarapia Tapioco.

Brava ciccia.
Il resto dell’ufficio ora è impressionato. Partono i suggerimenti, perché evidentemente ognuno desidera –dentro di sé- sentirsi trattare male da un software. Il collega che schifa l’Iphone e sostiene il Samsung mi dice di chiederle che ne pensa del suo Galaxy Essemila. Provo.

- Brava Siri, sei più intelligente del Samsung.
- I Think Different.

Touchè. Sei brava davvero, sai che comici a piacermi signorina (o signora? Qualcuno lo sa se Siri è sposata?).
Il padrone suggerisce invece la domanda che non si fa mai ad una donna. L’età. Il mio “guarda che è acida, secondo me, ci risponde male” cade nel vuoto. Chiediamo quanti ha.

- Ma quanti anni hai?
- La cosa non ti riguarda.
- Voglio sapere la tua età.
- Abbastanza per esserti d’aiuto!

Ve l’avevo detto che è acida. È una donna e alle donne ‘ste cose non si chiedono. (E comunque questa è proprio figa, come risposta. Io me la riciclo! Grazie mille Siri).

- Vabbè vaffanculo!
- Un semplice arrivederci sarebbe bastato!

Adesso è evidente a tutti (cioè a me e ai miei colleghi) che Siri non solo è donna, ma una donna in sindrome premestruale-compulsiva.
Peccato che non possa portarmi a Ferrara. Gliel’ho chiesto, ma anche se m’ha fatto la citazione cantautorale,la sua risposta resta un no.

- Siri, mi porti a Ferrara?
- Ho trovato gli orari dei treni per  la destinazione “Ferrara”.
- No, portami tu!
- Vorrei ma non posso.

venerdì 29 giugno 2012

Dei corsi e dei ricorsi storici

Non è che sono sparita, è che sto transitando.
Sono subissata di emozioni, di cambiamenti che mi ripetono che “tutto scorre”(chè i nostri giorni sembrano piatti ma mica lo sono davvero!), di bisogno di calma per respirare ed accettare.

Ci si mette anche Radio DeeJay, con la canzone dell’estate (son grandi da 30 anni e non si smentiscono! Ma mi commuove, giuro!) e con la fine di Chiamate Roma TriunoTriuno, a farmi venire il patema da cambiamento, che io non sono nemmeno un tipo emotivo, nonnò, e stamattina quasi mi vengono i lacrimoni sentendo salutare il Trio.

È stato uno strano giugno. Non brutto e non triste, ma strano.
Ci sono date che sembravano lontanissime e sono diventate “oggi” , sensazioni che sembravano eterne che non lo sono più, eventi che credevi irripetibili e che tornano.

Un po’ mi ricorda gli ultimi giorni prima della maturità, quando eravamo felici che quella gabbia chiamata liceo fosse finita, ma un po’ eravamo già nostalgici per un periodo che (ahimè!) non sarebbe tornato più.
Per la cronaca, l’ultimo giorno di scuola, io piansi molto. Anche dalle foto si notano i miei occhi rossi.

So che mi abituerò, ma un po’ tremo. Perché è un po’ di me che se ne va, come direbbe il Manuel nazionale.

giovedì 26 gennaio 2012

Delle Dipendenze, Dell'Autostima

C'è una nuova droga on line, come ai gloriosi tempi dell'1.0 fu il compianto blog "piccoledonnecrescono.splinder" (approposito, splinder èsta per decedere, ahimè!) e agli albori del 2.0 fu Facebook.
Di quelle robe che ogni due minuti hai un qualcosa d'interessante da dire o postare, o condividere o controllare. Dipendenze a tutti gli effetti, dunque.
La (mia) nuova frontiera, signori miei, è Pinterest.
Cercatelo sull’onnisciente (leggi: Google, ndV), se ne parla in toni di entusiastici, definendolo la nuova frontiera del social network.
Funziona semplicemente: t'invitano (o richiedi un invito, come ho fatto io, povera sfigata senza invito) trovi immagini che ti piacciono, le salvi e le posti, organizzandole per argomenti.
Usatelo una volta e vi renderete conto che non se ne può più fare a meno, avrete la necessità (sì, necessità) di postare almeno un’immagine ogni due ore circa (a meno che non siate adulti, allora magari ve la potreste cavare meglio di me. Quello è il mio tempo massimo di autonomia, ma si sa, io sono una potenziale tossicodipendente. Lo si sa.).

È la celebrazione del bello, del glamour e dello stile; tutto solo per immagini.
Una specie di archivio (personale) online, condiviso con il mondo. Un trionfo di alta moda, modelle, case da urlo, macchine, moto, fotografia e arte.
Sempre l’onnisciente dice che nel 2012 soppianterà facebook, almeno al di là dell’oceano.

E io…io, la reginetta dei gregari, quella che è sempre l'ultima sulle tendenze (soprattutto per quello che riguarda internet e i suoi derivati), quella che apre il profilo facebook solo quando ce l’hanno tutti e non ha twitter né linkedn, io!, ho scovato cotanta potenzialità iscrivendomi prima di tutti quelli che conosco.
Addio reginetta dei gregari, sono diventata una trend setter, una di quelle che lancia le mode! E ho pure un follower, uno solo sì, piccolo piccolo, ma pure sempre uno.
“Ah! Che soddisfazione!”, dice il mio ego pieno et tronfio.

La mia autostima, invece è sepolta (in compagnia della mia insicurezza) chissà dove, sotto le strafighe che girano in palestra, il mio urgente bisogno di un’estetista, il mio utero delirante, i complimenti che la consulente rivolge inappropriatamente ad Azzurro e tutto quello che mi fa sentire inadeguata.
Per placarmi mi ripeto che ho scoperto una tendenza (soprattutto una dipendenza), ma ho come la sensazione che non basti.