Non è che sono sparita, è che sto transitando.
Sono subissata di emozioni, di cambiamenti che mi ripetono che “tutto scorre”(chè i nostri giorni sembrano piatti ma mica lo sono davvero!), di bisogno di calma per respirare ed accettare.
Ci si mette anche Radio DeeJay, con la canzone dell’estate (son grandi da 30 anni e non si smentiscono! Ma mi commuove, giuro!) e con la fine di Chiamate Roma TriunoTriuno, a farmi venire il patema da cambiamento, che io non sono nemmeno un tipo emotivo, nonnò, e stamattina quasi mi vengono i lacrimoni sentendo salutare il Trio.
È stato uno strano giugno. Non brutto e non triste, ma strano.
Ci sono date che sembravano lontanissime e sono diventate “oggi” , sensazioni che sembravano eterne che non lo sono più, eventi che credevi irripetibili e che tornano.
Un po’ mi ricorda gli ultimi giorni prima della maturità, quando eravamo felici che quella gabbia chiamata liceo fosse finita, ma un po’ eravamo già nostalgici per un periodo che (ahimè!) non sarebbe tornato più.
Per la cronaca, l’ultimo giorno di scuola, io piansi molto. Anche dalle foto si notano i miei occhi rossi.
So che mi abituerò, ma un po’ tremo. Perché è un po’ di me che se ne va, come direbbe il Manuel nazionale.
venerdì 29 giugno 2012
martedì 12 giugno 2012
Dei viaggi e dei miraggi
Essere in giro significa: camminare, sudare, ridere, avere una stanza meravigliosa che sovrasta i tetti, fare il bagno nella mini piscina, mangiare tutti i carboidrati che non mangiavo dal 2011, misurarsi vestiti bellissimi ma troppo costosi, visitare il museo di arte contemporanea e restarne colpita, fare il brunch più figo della storia, sporcarsi il vestito bianco durante la cena come una seienne, vedere una coppia di sposi a S. Pietro di venerdì (do you know “Di Venere e di Marte né si sposa, né si parte, né si da principio all’arte”?), inebriarsi del profumo di tigli, entrare da Muji, fare colazione in terrazza sotto il pergolato, fare tante foto, passeggiare fra gli studenti che hanno finito la scuola, sbronzarsi in maniera imbarazzante, ascoltare Azzurro che importuna il turista di Hong Kong dicendogli It’s really a Chamonix Camera?, ascoltare l’attempato signore che ci prova con la dottoranda ventenne, trovare un libro che cercavo da un po’ e comprarne uno che so che lo farà commuovere, trovare un delizioso chiosco che fa ancora il caffè a 0,80 centesimi, impazzire nel negozio della Fabriano, innamorarsi di ogni angolo della Città, cenare nel mio posto preferito in assoluto, incontrare un’Amiscout storica e prenderci una birra (o una Coca Cola) e poterla finalmente ri-abbracciare, notare e ricordarsi di un baretto dell’estate scorsa, ridere con gli amici di Azzurro, sporgersi in taxi per vedere la città illuminata di sera, osservare per ore le stelle sdraiati in terrazza, provare tristezza in stazione, sentirmi a casa, pensare che non sembra una cagna in mezzo ai maiali o forse sì ma è comunque bellissima.
venerdì 11 maggio 2012
Firenze l'è piccina / e vista da i' Piazzale / la pare una bambina
Latito da un po’. Non per assenza di contenuti, ma per mancanza di tempo et voglia. Oppure a volte succede che sono stanca, che sono stata anche a correre e dopo la doccia collasso e non mi riesce a svegliarmi nemmeno per biascicare la buona notte a chi ho accanto.
Però sono stata a Firenze, qualche giorno fa.
Io a Firenze le voglio un po’ bene.
Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.
Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.
Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al bar (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso. Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.
In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.
Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Ho camminato tanto, per visitare i miei posti preferiti, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.
Solo poi sono passata davanti alla mia facoltà.
Sarei voluta entrare, ma poi ho desistito che ormai è andata e non c'è tempo per i rimpianti.
Tanto, alla fine, è andata comunque come doveva andare.
Però sono stata a Firenze, qualche giorno fa.
Io a Firenze le voglio un po’ bene.
Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.
Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.
Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al bar (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso. Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.
In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.
Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Ho camminato tanto, per visitare i miei posti preferiti, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.
Solo poi sono passata davanti alla mia facoltà.
Sarei voluta entrare, ma poi ho desistito che ormai è andata e non c'è tempo per i rimpianti.
Tanto, alla fine, è andata comunque come doveva andare.
lunedì 16 aprile 2012
“Questa nave non può affondare!” “È fatta di ferro, signore. Le assicuro che può affondare.”*
1998, Gennaio.
La piccola Viola non ha ancora 14 anni, frequenta la terza media, ha i capelli molto corti, non ha mai dato un bacio vero, ascolta i BackStreet Boys ed ha un appuntamento con altre due compagne di scuola davanti al cinema alle ore 15.
(Diversi anni fa, una tredicenne che usciva non aveva la libertà di una tredicenne moderna. Quindi andava al cinema alle 15, con tutta la digestione in corso, ndV.)Paga il biglietto (che con la riduzione “studenti” costava circa cinquemila lire o giù di lì), prende una Coca Cola e si mette a sedere in galleria, senza avere un posto ben definito che, quindici anni fa, al cinema ti mettevi a sedere dove volevi.
Viola guarda il film senza mai commentare, cosa che faceva sempre anche all’epoca.
Si ritrova a sognare un amore così.
Si ritrova innamorata di un giovane attore imberbe.
Si ritrova a piangere per gli ultimi quaranta minuti di film.
Si riaccendono le luci in sala.
Viola è stordita, non sa bene cosa sia successo, ma sa che niente sarà più lo stesso: è iniziata l’era "Titanic".
Nei mesi successivi, Viola scoprirà l’adolescenza regressiva: tappezzerà la sua stanza dei poster di Leonardo Di Caprio, farà le prove di bacio con i poster stessi, imparerà a memoria per la prima volta il testo (e la traduzione) di una canzone in inglese (questa), si farà una cultura sul Titanic che nemmeno Cameron in persona, tornerà al cinema altre due volte (commuovendosi sempre), MTV diventerà il suo appuntamento fisso (perché il video della canzone di cui sopra, passa circa 30 volte il dì) e giurerà (credendoci davvero, ndV) amore eterno a Leonardo Di Caprio.
Passano i mesi, gli anni, Viola cresce, s’appassiona ad altro, ma quell’amore così adolescenziale resta.
Non potrà mai evitare di vedere quel film, ogni volta che lo daranno in tv (che, insieme a Via Col Vento e Pretty Woman, è il film che ha segnato la sua educazione sentimentale).
2012, Marzo
Bivaccando sul divano, tre settimane fa, scopro che c'è chi non ha mai visto Titanic.
Al mio “MA DAVVEROOO?!” con gli occhi sgranati, mi si replica con un freddino “mattipare che sono stato al cinema a vedere Titanic?!”.
Detta a me, questa frase, ha lo stesso sapore di una BESTEMMIA.
D’un tratto, l’illuminazione sotto forma di trailer: ri-uscirà al cinema, in 3D.
Nessuno dei due ha vissuto l’esperienza di un film con gli occhialini.
Lo interpreto come un segno del destino. Andremo a (ri)vedere Titanic. Titanic in 3D. Titanic in 3D al cinema, quindici anni dopo.
Sabato è il giorno.
Facciamo scorta di caramelle gommose, patatine e Coca Cola, inforchiamo gli occhiali ed entriamo in sala dopo aver pagato il biglietto (che costa circa 13 euri compresi con gli occhiali, con un aumento -in quattordici anni- del 400% circa, sul prezzo del biglietto).
Intorno a noi, lo stesso pubblico eterogeneo di allora: ragazzine che non hanno mai visto il film (tra l'altro ci sono dei forum online sul film MERAVIGLIOSI redatti dalle stesse, ndV), famiglie, coppie in cui Lui è trascinato da Lei (come noi), gente che è lì solo per criticare, coppiette di bimbomynkia che cercano nel buio l’occasione per il pomicio facile, profani e adoratori.
Cala il buio e io mi isolo: non voglio sentire né voci, né ovazioni.
Già sui titoli di testa mi mordicchio il labbro che la sensazione di flashback è fortissima, quasi mi pare di avere accanto la me stessa tredicenne. Saranno tre ore lunghissime, già lo so.
Scopro che non potrò mai più vedere un film catastrofico senza 3D, che l’effetto che provi è come essere lì, in scena, fra Kate e Leo, sentendomi anche io un po’ Rose Dewitt Bukater.
Rose anziana (che, scopro da Wiki, è passata a miglior vita due anni fa), il ritratto ritrovato, la partenza del transatlantico, loro che si conoscono, la cena di gala: seguo tutto in apnea, mentre Azzurro si mangia tutta l’immensità di caramelle che abbiamo comprato.
Ad ogni scena, continuo a pensare che la versione restaurata è over the top: il film tiene botta al tempo in maniera magistrale, il digitale fa il resto.
Durante l’intervallo, mi accorgo che anche chi indossa quotidianamente la maschera di puro cineasta d’autore, s’è fatto prendere dalla storia più di quanto non voglia ammettere. Mi chiede “e ora che succede?”, gli rispondo nell'unico modo possibile.
Si affonda, per la prossima ora e mezzo. E cerchiamo di sopravvivere!
E sembra di affondare davvero: gli schizzi d’acqua sembrano colpirti, i corridoi hanno una profondità nuova che li rende claustrofobici, si ha quasi la sensazione dell’acqua gelida sulla pelle.
Si arriva al rush finale: la nave sta affondando, resta solo da scoprire chi e come si salverà. Non ce la faccio a più a mantenere l’espressione compita: mi sono sforzata fino adesso, ma ora non più. Lenti, scivolano via due lacrimoni che mi rigano le guance, seguiti da altri ed altri ancora, mentre tiro su col naso.
É un'ecatombe: piango sulla storia, sul tempo che è passato, sulla tredicenne di allora. Sembro una fontana.
Penso anche a come abbia disatteso il mio amore eterno per Leo (che poi a rivederlo era davvero un bambino e non mi pace nemmeno più in questo film. Lo apprezzo più maturo e barbuto, com'è oggi, anche se sta con Blake Lively, ndV).
Non sono mai pronta, al finale.
Nessuno lo è, tant’è che non si leva la solita pantomima dell’applauso in sala (che non ho mai capito: chi si deve appaudire? La maschera? L’operatore di pellicola?), ma si sentono solo nasi tirare su e silenzio.
Si riaccendono le luci. Sembro un panda, che mi è colato tutto l’eyeliner (sì, lo so, sarebbe stato meglio non truccare gli occhi. O almeno usare del waterproof, machevidevodì, credevo di reggerlo, l’impatto emotivo!), il mascara e la matita che si sono impastati con il fondotinta che vi lascio solo immaginare.
Almeno, a 13 anni non ero mica trucctaa!
*Che poi, secondo me, a definirla "inaffondabile", gliel'avevano proprio gufata!
La piccola Viola non ha ancora 14 anni, frequenta la terza media, ha i capelli molto corti, non ha mai dato un bacio vero, ascolta i BackStreet Boys ed ha un appuntamento con altre due compagne di scuola davanti al cinema alle ore 15.
(Diversi anni fa, una tredicenne che usciva non aveva la libertà di una tredicenne moderna. Quindi andava al cinema alle 15, con tutta la digestione in corso, ndV.)Paga il biglietto (che con la riduzione “studenti” costava circa cinquemila lire o giù di lì), prende una Coca Cola e si mette a sedere in galleria, senza avere un posto ben definito che, quindici anni fa, al cinema ti mettevi a sedere dove volevi.
Viola guarda il film senza mai commentare, cosa che faceva sempre anche all’epoca.
Si ritrova a sognare un amore così.
Si ritrova innamorata di un giovane attore imberbe.
Si ritrova a piangere per gli ultimi quaranta minuti di film.
Si riaccendono le luci in sala.
Viola è stordita, non sa bene cosa sia successo, ma sa che niente sarà più lo stesso: è iniziata l’era "Titanic".
Nei mesi successivi, Viola scoprirà l’adolescenza regressiva: tappezzerà la sua stanza dei poster di Leonardo Di Caprio, farà le prove di bacio con i poster stessi, imparerà a memoria per la prima volta il testo (e la traduzione) di una canzone in inglese (questa), si farà una cultura sul Titanic che nemmeno Cameron in persona, tornerà al cinema altre due volte (commuovendosi sempre), MTV diventerà il suo appuntamento fisso (perché il video della canzone di cui sopra, passa circa 30 volte il dì) e giurerà (credendoci davvero, ndV) amore eterno a Leonardo Di Caprio.
Passano i mesi, gli anni, Viola cresce, s’appassiona ad altro, ma quell’amore così adolescenziale resta.
Non potrà mai evitare di vedere quel film, ogni volta che lo daranno in tv (che, insieme a Via Col Vento e Pretty Woman, è il film che ha segnato la sua educazione sentimentale).
2012, Marzo
Bivaccando sul divano, tre settimane fa, scopro che c'è chi non ha mai visto Titanic.
Al mio “MA DAVVEROOO?!” con gli occhi sgranati, mi si replica con un freddino “mattipare che sono stato al cinema a vedere Titanic?!”.
Detta a me, questa frase, ha lo stesso sapore di una BESTEMMIA.
D’un tratto, l’illuminazione sotto forma di trailer: ri-uscirà al cinema, in 3D.
Nessuno dei due ha vissuto l’esperienza di un film con gli occhialini.
Lo interpreto come un segno del destino. Andremo a (ri)vedere Titanic. Titanic in 3D. Titanic in 3D al cinema, quindici anni dopo.
Sabato è il giorno.
Facciamo scorta di caramelle gommose, patatine e Coca Cola, inforchiamo gli occhiali ed entriamo in sala dopo aver pagato il biglietto (che costa circa 13 euri compresi con gli occhiali, con un aumento -in quattordici anni- del 400% circa, sul prezzo del biglietto).
Intorno a noi, lo stesso pubblico eterogeneo di allora: ragazzine che non hanno mai visto il film (tra l'altro ci sono dei forum online sul film MERAVIGLIOSI redatti dalle stesse, ndV), famiglie, coppie in cui Lui è trascinato da Lei (come noi), gente che è lì solo per criticare, coppiette di bimbomynkia che cercano nel buio l’occasione per il pomicio facile, profani e adoratori.
Cala il buio e io mi isolo: non voglio sentire né voci, né ovazioni.
Già sui titoli di testa mi mordicchio il labbro che la sensazione di flashback è fortissima, quasi mi pare di avere accanto la me stessa tredicenne. Saranno tre ore lunghissime, già lo so.
Scopro che non potrò mai più vedere un film catastrofico senza 3D, che l’effetto che provi è come essere lì, in scena, fra Kate e Leo, sentendomi anche io un po’ Rose Dewitt Bukater.
Rose anziana (che, scopro da Wiki, è passata a miglior vita due anni fa), il ritratto ritrovato, la partenza del transatlantico, loro che si conoscono, la cena di gala: seguo tutto in apnea, mentre Azzurro si mangia tutta l’immensità di caramelle che abbiamo comprato.
Ad ogni scena, continuo a pensare che la versione restaurata è over the top: il film tiene botta al tempo in maniera magistrale, il digitale fa il resto.
Durante l’intervallo, mi accorgo che anche chi indossa quotidianamente la maschera di puro cineasta d’autore, s’è fatto prendere dalla storia più di quanto non voglia ammettere. Mi chiede “e ora che succede?”, gli rispondo nell'unico modo possibile.
Si affonda, per la prossima ora e mezzo. E cerchiamo di sopravvivere!
E sembra di affondare davvero: gli schizzi d’acqua sembrano colpirti, i corridoi hanno una profondità nuova che li rende claustrofobici, si ha quasi la sensazione dell’acqua gelida sulla pelle.
Si arriva al rush finale: la nave sta affondando, resta solo da scoprire chi e come si salverà. Non ce la faccio a più a mantenere l’espressione compita: mi sono sforzata fino adesso, ma ora non più. Lenti, scivolano via due lacrimoni che mi rigano le guance, seguiti da altri ed altri ancora, mentre tiro su col naso.
É un'ecatombe: piango sulla storia, sul tempo che è passato, sulla tredicenne di allora. Sembro una fontana.
Penso anche a come abbia disatteso il mio amore eterno per Leo (che poi a rivederlo era davvero un bambino e non mi pace nemmeno più in questo film. Lo apprezzo più maturo e barbuto, com'è oggi, anche se sta con Blake Lively, ndV).
Non sono mai pronta, al finale.
Nessuno lo è, tant’è che non si leva la solita pantomima dell’applauso in sala (che non ho mai capito: chi si deve appaudire? La maschera? L’operatore di pellicola?), ma si sentono solo nasi tirare su e silenzio.
Si riaccendono le luci. Sembro un panda, che mi è colato tutto l’eyeliner (sì, lo so, sarebbe stato meglio non truccare gli occhi. O almeno usare del waterproof, machevidevodì, credevo di reggerlo, l’impatto emotivo!), il mascara e la matita che si sono impastati con il fondotinta che vi lascio solo immaginare.
Almeno, a 13 anni non ero mica trucctaa!
*Che poi, secondo me, a definirla "inaffondabile", gliel'avevano proprio gufata!
sabato 14 aprile 2012
San Lele Mora da Bagnolo di Po.
Piove (governo ladro).
Accendo la tv e c'è Verissimo.
La figlia di Lele Mora è intervistata da Madama Toffanin in Berlusconi (ie piacerebbe! E invece no, il Dudi mica se la sposa!).
Viene fuori che Lele Mora è un brav'uomo, triste, che ha perso 30 kg (che non mi pare che sia una tragedia), vittima della giustizia, che sta una cella piccolina e che soffre.
Insomma una specie di San Suu Kyi, italico.
Roba che mi vengono i brividi.
D'altro canto, ha commesso solo il reato di bancarotta fraudolenta, dice la figlia.
Già, solo.
Infatti ha evaso milioni di euro, fallito, pagato tangenti ed indagato per spaccio ed induzione alla prostituzione, roba da niente.
Quando avrò un figlio, lo contatterò per fargli da baby sitter.
Che poi si sente dire che la televisione, in Italia, non è serva del potere.
(Se esiste qualcuno che ancora non l'ha visto, consiglio in merito Videocracy . Giusto per cultura personale, eh!
Così ci si può godere il buon Lele Mora in versione ricco e grasso che fa lo splendido con i tronisti della Maria De Filippi e che fa sentire la sua sobria suoneria del cellulare)
mercoledì 11 aprile 2012
Il primo amore non si scorda mai
Poi la Pasqua è passata, ma in realtà non me ne sono nemmeno accorta, che sembrava di trascorrere il ponte dei morti (che poi sono i santi, ma da noi si dice "i morti"), invece che la santapasquadinostrosignorerisorto.
Di tutto quello che volevo fare, non ho fatto gnente.
Talmente gnente, che mi sono ritrovata a guardare il film di Dylan Dog.
Ora.
Dylan Dog è uno dei miei amori giovanili (secondo solo a Topolino) che non si sono persi con l'età adulta e che sono poi diventati una vera e propria passione (che, tanto per dire, con uno così non dispiacerebbe nemmeno).
Mi sono innamorata leggendo dalla collezione di mia cuggina (all'epoca adolescente) il n°34 "Il Buio", quando avevo 10 anni e non riuscivo a cogliere le citazioni-il pulp-le metafore. Mi colpirono però i disegni, le donne nude (prima di allora, la mia esperienza con il fumetto era circoscritta a Topolino e, botta di femminilità, Minnie&Company) e la paura tangibile (tant'è che poi dormii per un mese con la luce accesa).
Da lì in poi, ogni volta che potevo, leggevo un albo: ogni volta c'era Dylan bello (d'altro canto è ispirato a Rupert Everet alla prima maniera, dell'epoca in cui si era ancora convinti che George Michael non fosse gay) e tanto tenero, una figa che s'innamorava di lui e con cui faceva all'ammòre (e che io provavo a disegnare), un componente horror che non finiva mai del tutto e che mi lasciava con le palpitazioni.
Da adolescente lessi tutti i numeri, in fila. Coglievo le citazioni, copiavo qualche perla di filosofia spicciola sul diario (che noi, giovani ante facebook, le citazioni le scrivevamo sulla smemoranda con i pennarelli e i brillantini, mica sulla bacheca virtuale!), se ne parlava con i tipi un po' decadenti della scuola (che DD era un fumetto da pseudo-intellettuali), ragionavo sul numero 74 "Il lungo addio" decretandolo il numero migliore in assoluto e aspettavo con ansia i numeri speciali a colori (in quel periodo il 100 e il 121, gli altri ero già abbastanza adulta per notare il sovrapprezzo, prima che le tavole a colori).
Oggi, mi piace meno, è diventato un po' troppo ripetitivo, ha abbandonato l'orrore per abbracciare il genere thriller, ma ancora lo compro quando capita. Dylan è una specie di vecchio amico, mi ha dimostrato che esistevano fumetti per adulti ed è stato l'iniziatore che mi ha mostrato cosa ci fosse al di là dell'infanzia.
Con pregiudizio, vedo che il film su di lui (non Della morte Dell'amore, ma il film vero!) è disponibile su Sky. Fuori piove, io son sola a casa, perchè non provarci? Una possibilità l'ho concessa anche al seguito di "Via col Vento" (per la cronaca ,"Rossella" è una cagata pazzesca!), non posso rifiutarla a Dylan.
GRAVE ERRORE.
Non è un film per i lettori del fumetto (celo). Non è un film per gli amanti dell'horror (manca). Non è un film per chi ama la comicità all'inglese (celo). Non è un film per chi apprezza l'adrenalina (manca). Non è un film per chi ama gli effetti speciali (celo).
É un film per i fan di Buffy-L'ammazza vampiri (che non ho mai visto per più di 6 minuti consecutivi) (manca).
Senza spessore, senza trama (inteso come intreccio), senza valore per chi ha superato i sweet16 da più di qualche ora, essenzialmente già visto e già sentito.
Praticamente degno del ciclo "Alta Tensione" di Canale5, ma rivolto al target della MTV generation.
E non lo dico da purista del fumetto, lo dico da spettatrice che non riesce ad appassionarsi, che si aspetta qualcosa da un titolo che conosce (tipo suspance, atmosfere dark, introspezione) e non un ragazzetto belloccio che imbraccia un fucile e spara -nell'ordine- a: zombie, vampiri, licantropi (le streghe, no? Perchè questa discriminazione? Voglio parlare con il direttore!) senza alcun motivo che vada oltre il dualismo buono-cattivo.
Manca di tutto quello che va oltre, in pratica di una sceneggiatura, che possa reggere sullo schermo per la durata di un film (e non di un videoclip) e possa dare ai personaggi un carattere, una carica, un qualcosa che li possa definire verosimili (e non parenti stretti di Action Man).
Più che altro si poteva evitare di chiamarlo "Dylan Dog" e di usare lo stesso lettering, che io almeno mi risparmiavo un paio d'ore di brutto cinema (amici della Bonelli, spero vi abbiano pagato profumatamente i diritti d'autore, visto lo scempio) e mi guardavo una puntata di "Abito da Sposa cercasi".
Dylan perdonali, perchè non sanno quello che fanno.
Di tutto quello che volevo fare, non ho fatto gnente.
Talmente gnente, che mi sono ritrovata a guardare il film di Dylan Dog.
Ora.
Dylan Dog è uno dei miei amori giovanili (secondo solo a Topolino) che non si sono persi con l'età adulta e che sono poi diventati una vera e propria passione (che, tanto per dire, con uno così non dispiacerebbe nemmeno).
Mi sono innamorata leggendo dalla collezione di mia cuggina (all'epoca adolescente) il n°34 "Il Buio", quando avevo 10 anni e non riuscivo a cogliere le citazioni-il pulp-le metafore. Mi colpirono però i disegni, le donne nude (prima di allora, la mia esperienza con il fumetto era circoscritta a Topolino e, botta di femminilità, Minnie&Company) e la paura tangibile (tant'è che poi dormii per un mese con la luce accesa).
Da lì in poi, ogni volta che potevo, leggevo un albo: ogni volta c'era Dylan bello (d'altro canto è ispirato a Rupert Everet alla prima maniera, dell'epoca in cui si era ancora convinti che George Michael non fosse gay) e tanto tenero, una figa che s'innamorava di lui e con cui faceva all'ammòre (e che io provavo a disegnare), un componente horror che non finiva mai del tutto e che mi lasciava con le palpitazioni.
Da adolescente lessi tutti i numeri, in fila. Coglievo le citazioni, copiavo qualche perla di filosofia spicciola sul diario (che noi, giovani ante facebook, le citazioni le scrivevamo sulla smemoranda con i pennarelli e i brillantini, mica sulla bacheca virtuale!), se ne parlava con i tipi un po' decadenti della scuola (che DD era un fumetto da pseudo-intellettuali), ragionavo sul numero 74 "Il lungo addio" decretandolo il numero migliore in assoluto e aspettavo con ansia i numeri speciali a colori (in quel periodo il 100 e il 121, gli altri ero già abbastanza adulta per notare il sovrapprezzo, prima che le tavole a colori).
Oggi, mi piace meno, è diventato un po' troppo ripetitivo, ha abbandonato l'orrore per abbracciare il genere thriller, ma ancora lo compro quando capita. Dylan è una specie di vecchio amico, mi ha dimostrato che esistevano fumetti per adulti ed è stato l'iniziatore che mi ha mostrato cosa ci fosse al di là dell'infanzia.
Con pregiudizio, vedo che il film su di lui (non Della morte Dell'amore, ma il film vero!) è disponibile su Sky. Fuori piove, io son sola a casa, perchè non provarci? Una possibilità l'ho concessa anche al seguito di "Via col Vento" (per la cronaca ,"Rossella" è una cagata pazzesca!), non posso rifiutarla a Dylan.
GRAVE ERRORE.
Non è un film per i lettori del fumetto (celo). Non è un film per gli amanti dell'horror (manca). Non è un film per chi ama la comicità all'inglese (celo). Non è un film per chi apprezza l'adrenalina (manca). Non è un film per chi ama gli effetti speciali (celo).
É un film per i fan di Buffy-L'ammazza vampiri (che non ho mai visto per più di 6 minuti consecutivi) (manca).
Senza spessore, senza trama (inteso come intreccio), senza valore per chi ha superato i sweet16 da più di qualche ora, essenzialmente già visto e già sentito.
Praticamente degno del ciclo "Alta Tensione" di Canale5, ma rivolto al target della MTV generation.
E non lo dico da purista del fumetto, lo dico da spettatrice che non riesce ad appassionarsi, che si aspetta qualcosa da un titolo che conosce (tipo suspance, atmosfere dark, introspezione) e non un ragazzetto belloccio che imbraccia un fucile e spara -nell'ordine- a: zombie, vampiri, licantropi (le streghe, no? Perchè questa discriminazione? Voglio parlare con il direttore!) senza alcun motivo che vada oltre il dualismo buono-cattivo.
Manca di tutto quello che va oltre, in pratica di una sceneggiatura, che possa reggere sullo schermo per la durata di un film (e non di un videoclip) e possa dare ai personaggi un carattere, una carica, un qualcosa che li possa definire verosimili (e non parenti stretti di Action Man).
Più che altro si poteva evitare di chiamarlo "Dylan Dog" e di usare lo stesso lettering, che io almeno mi risparmiavo un paio d'ore di brutto cinema (amici della Bonelli, spero vi abbiano pagato profumatamente i diritti d'autore, visto lo scempio) e mi guardavo una puntata di "Abito da Sposa cercasi".
Dylan perdonali, perchè non sanno quello che fanno.
mercoledì 22 febbraio 2012
The cat came back
Ho sempre amato i gatti, tanto da temere di diventare una zitella gattara.
E la scena della gloriosa Michelle Pfeifer (ante botox) che, in "Batman - Il ritorno", viene rianimata dai felini, mi è sempre piaciuta.
Poi ieri sera, tornata dai festeggiamenti carnevaleschi, ho visto questo.
É un amore finito.
E la scena della gloriosa Michelle Pfeifer (ante botox) che, in "Batman - Il ritorno", viene rianimata dai felini, mi è sempre piaciuta.
Poi ieri sera, tornata dai festeggiamenti carnevaleschi, ho visto questo.
É un amore finito.
Iscriviti a:
Post (Atom)