giovedì 8 agosto 2013

Summertime

L’agosto a casa.
L’agosto al lavoro.
Il ferragosto come unico giorno di tregua, mentre gli altri si affollano sui bagnasciuga del mondo.
Un bilancio che si approva troppo presto.
Le mattinate a fare scritture contabili, ascoltando gli Oasis e i 360° in un altalena musicale tremenda.
La lattina di Coca Cola personalizzata che non ho.
La città che prima era deserta per ferragosto e ora, grazie alla crisi, rimane immutata e ti toglie la sensazione di essere un’eroina sopravvissuta all’ecatombe nucleare.
La canzone perfetta da cantare di prima mattina, che alla radio non passa mai.
I bambini che nascono.
Il concerto di Jovanotti gratuito a Cortona, che avrei ballato come una pazza se solo ci fosse stata un po’ di partecipazione.
Bryan Adams,  la sua “Estate del 69” e “Tutto quello che fa” e chissà se fa i concerti d’estate.
La sabbia nelle scarpe, ormai reperto di un luglio finito.
I minigolf che qui non ci sono e chissà perché sono concentrati solo al mare.
Twitter pieno solo di foto di spiagge, aperitivi sulla spiaggia, feste sulla spiaggia e qualunque cosa ma sempre sulla spiaggia.
I tulipani che fioriscono solo in primavera e ora, se vuoi i tulipani, mica li trovi.
Il gelato che lo mangio e poi mi sento in colpa che ingrasso, che mica ero così grassa due anni fa.
Gli amici che si fermano una notte e sembra quasi vacanza.
“Ovunque ma non qui”ma anche “Questa è la mia casa”.
Le estati da lavoratrice che ancora non mi sono abituata, nonostante abbia compiuto cinque anni di lavoro proprio qualche giorno fa.
Le stelle cadenti che non si vedono mai quando hai un desiderio pronto.
La stella cadente che ho visto, nell’unico secondo in cui ho alzato lo sguardo, ma non avevo un desiderio pronto e c’ho messo troppo a realizzarlo e secondo me qualcuno me l’ha fregato.
Il caldo e le piscine troppo affollate.
L’estate che ami ma forse quest’amore non basta più.

L’estate.

mercoledì 19 giugno 2013

Maturità t'avessi preso... dopo!

Non ho mai avuto gli incubi sulla maturità, né prima, né durante, né dopo.

Non avevo paura, ero emozionata quello sì.

Dieci anni fa, oggi, anch’io entravo in quel liceo che nell’atrio ha un’inquietante scultura ai caduti per la patria, che portava ancora l’epigrafe “Liceo Regio”, che aveva fatto da sfondo alla soddisfazione di compiti riusciti e alla delusione per storie finite e che quel giorno sarebbe stato la scenografia della mia (nostra) maturità.
Mi ricordo però che era caldo, tanto: fu l’estate più calda dal 1878.

Il nostro preside si era raccomandato di presentarsi vestiti decenti (disse esattamente così: ragazzi presentatevi in abiti decenti), io avevo la camicia azzurra, la gonna a tubo di jeans blu scura (really?), la catena al collo (residuo del mio periodo finto punk, ma ormai un portafortuna assoluto) e i sabot rossi, orribili, dell’adidas.
In braccio, lo Zingarelli.
Sulle spalle lo zaino con dentro due replay nere (odiavo il bianchetto, io scrivevo con la penna cancellabile, come alle elementari), le sigarette, una bottiglia d’acqua, la pizza sfoglia comprata da mia mamma (che era molto più agitata di me e passò la notte insonne, al contrario mio), il lettore cd con la compilation chiamata -in una botta di creatività- “Maturità t’avessi preso prima”, l’Aulin e il diario, che non si sa mai che ci sia bisogno.
Mica lo sapevamo che aveva ragione Venditti, che era l’alba del giorno dopo.

Non avevo paura, ero curiosa di vedere come mi sarebbe sembrata la scuola quel giorno, quello sì.

La mia classe era nel corridoio davanti all’aula magna, nel punto in cui la scuola diventava un bunker e non prendevano né la radio, né il cellulare.
Il cellulare depositato all’ingresso in piena onestà, Piero il bidello che fumava le Nazionali senza filtro che dava la pacca sulla spalla a tutti e diceva “in bocca al lupo”, come se fossimo tutti figli suoi.

Non avevo paura, ero convinta che il tema di letteratura mi avrebbe salvata, quello sì.

Le risatine in attesa che i carabinieri portassero il plico, le voci dell’ultimo minuto, “faccio il tema di letteratura, solo se non è Pirandello”.
(Ovviamente era Pirandello.)
La Laura seduta davanti a me, la Stefania e la Sara di fianco, in formazione da guerra. Il quartetto compatto, quelle che scambiavano per sorelle anche se non ci somigliano in niente.

Non avevo paura, ero sotto pressione quello sì.

Poi, con i fogli in mano e leggendo “Prima Prova - Sessione Ordinaria 2003”, mi rendevo conto d’un tratto che era tutto reale, che stava succedendo veramente  e che io, arrivata in quelle aule poco più che bambina senza seno e con i capelli cortissimi, ero una (quasi) donna e stavo davvero affrontando l’esame di stato.

Non avevo paura, avevo voglia di fare al meglio, di spaccare tutto, quello sì.

Passai la prima ora a leggere tutte le tracce minuziosamente (non credo di aver mai letto così lentamente) e le successive quattro a scrivere. Per la prima volta in vita mia scrissi prima la brutta copia, poi la “bella”.
Ogni tanto ci si scambiava qualche parola con le altre, che durante il tema non c’è mica da copiare e pure i professori erano rilassati. Ci fu sicuramente anche qualche battuta, anche se non le ricordo più.
Il mio tema  era quello sulla carenza d’acqua nel mondo: cosa si può scrivere a riguardo che non sia ancora detto? (Le altre possibilità erano peggiori, vi dico solo che c’era il tema su “La Famiglia”. Sì, all’esame di stato il tema sulla famiglia. Competenza a mille al ministero, eh?!)
Non scrissi troppo banalità, e un paio di riflessioni le reputavo anche discrete.

Non avevo paura, ero insicura della qualità del mio scritto, quello sì.

Consegnandolo, mi sentivo svuotata, di colpo come se fossero passati 5 giorni, invece che 5 ore (no, non ho sfruttato le 6 ore a disposizione, mi faceva caldo e soprattutto avevo fame!).

Ma non avevo paura.

Oggi, puntuale come un orologio svizzero, una delle mie più care amiche mi scrive un messaggio, spersa in un isolotto in mezzo al mediterraneo “E comunque sono dieci anni dalla maturità”.
Riprendo la compilation di allora e nell’ordine ascolto Notte prima degli esami, La dura legge del gol, Nothing else matters e Redemption Song che sono la combo perfetta per una crisi di  paranoia senza eguali.
Le rispondo con “la matematica non sarà mai il mio mestiere”, che mi sarebbe piaciuto fosse vero.

Paradossalmente ho molta più paura oggi.

venerdì 12 ottobre 2012

Dei creativi

La teoria dei corsi e i ricorsi storici di Vico è una roba che m'ha sempre affascinato. Insieme ad Epicuro, credo sia una delle poche cose che a filosofia ho studiato interessandomene davvero.
Tant'è che è una locuzione che mi gioco spesso, anche quando non c'entra una benemerita, proprio perchè mi piace (-Mado' il baretto sotto l'ufficio ha aumentato i prezzi del caffè! -Eh, corsi e ricorsi storici! ndV).

E son proprio i creativi a pescare di più da questo filone: quando il cervello langue, quando capisci che dopo il pulcino Pio non ci sarà più un singolo degno di nota, quando resta da inventare solo lo shampoo che fa anche la piega (e no, le sminchiate di Herbal Essence, non le fanno! Millantano soltanto!), è lì -in quel momento di cupa disperazione- che vai a pescare dal passato.
Ma lo ricicli così, come se Paint Your Life non t'avesse insegnato niente?
Ennò! E' qui che il creativo crea (annominazione voluta, ndV)! Mica son lì a pettinare le bambole!

E io me l'immagino il creativo di una qualunque casa cosmetica, che sta lì alla sua scrivania, con l'imminente consegna del suo responsabile marketing che dice, a proposito del fard,  qualcosa tipo "rinnovarci... creare nuovi segmenti... modificare packaging...". E lui s'arrovella il cervello senza trovare soluzione finchè, ad un tratto, la folgorazione! Pino (collega immaginario, ndV), com'è che si dice arrossire in inglese? chiede Blush! risponde Pino.
Ed ecco che abbiamo confuso le idee a tutti!
Caro fard, da oggi in poi sarai battezzato con il nome di blush e che avrai una nuova fetta di mercato che manco te la immagini.
Da quel momento, gli annali registreranno sia le decine di domande su Yahoo Answer della serie "che differenza c'è fra blush e fard?", che l'impennata delle vendite del blush, che fa molto più figo.
Peccato siano la stessa identica cosa.

Stessa storia per i leggings.
C'erano una volta gli anni 80, detti "il decennio dell'eccesso", che dettero i natali alla moda più brutta di tutto il ventesimo secolo (oltre che ad una generazione di disillusi e futuri disoccupati , ma questa è un'altra storia e se ne parla qui). Quel favoloso decennio fu il periodo dell'oro per i fuseaux, un pantalone elasticizzato aderente, non adatto per circa il 95% della popolazione femminile. Nonostante la manifesta importabilità, divenne una capo cult nelle sue peggiori varianti (leggi: colori fluo). Poi giunsero gli anni 90 che decretarono la morte di tale capo, riservandolo come abbigliamento sportivo, solo per le più coraggiose.
Se non fosse che qualche stilista a corto d'idee, verso il 2007 o giù di lì, ce lo ripropose come capo "mai più senza".
Ma puoi chiamarlo fuseaux? Vuoi davvero rischiare che qualcuna ritiri fuori il reperto di 20 anni prima? Ovviamente no! Quindi li ribattezzarono e i vari Calzedonia-Tezenis-Golden Point si ripopolarono di tali orrori, ribattezzati per l'occasione come "leggings".
Tra l'altro, per quanto io non sia assolutamente una fashion blogger, colgo l'occasione per dire a gran voce: I FUSEAUX LEGGINGS  NON SONO PANTALONI! NON PORTATELI COME TALI, NEMMENO SE AVETE IL FISICO DI KATE MOSS!

Nemmeno il mondo dell'editoria e i nerd sono fuori da questa logica commerciale, sappiatelo.
Avete in casa un fumetto? Magari possedete una storia in un unico volume auto-conclusiva? Bene, non chiamatelo mai più fumetto, perchè l'albo in questione potrebbe offendersi!
Da ora in poi si chiama Graphic Novel. Cosa cambia? Gnente, però così ha più dignità, più peso, sa meno di ragazzino brufoloso.
Quindi se possedete, chessò, Civil War (sì, leggo i fumetti Marvel- E tifo per Peter Parker, che Tony Stark mi sta sulle balle!) trattatela con la giusta terminologia, che altrimenti viene fuori Capitan America e ve lo dice lui come si chiama.
E poi, quanto fa più figo, mentre sei a fare aperitivo, dire "sto leggendo una graphic novel molto interessante", invece che "sto leggendo un fumetto molto interessante"? Il salto di qualità (carpiato) da nerd a radical chic, è garantito. La chiami "graphic novel" e sei subito hipster, altro che lomo.

A questo punto, io propongo un comitato per cambiare nome a cose/robe, il cui nome attuale non ci piace.
Tipo, facciamo una seria campagna per ribattezzare le supposte!
Se ci arriviamo prima di qualche creativo, almeno ci guadagniamo i diritti d'autore.

venerdì 5 ottobre 2012

Del nervosismo, delle conversazoni fra donne


A Ferrara c’è il Festival d’Internazionale.
A Ferrara c’è Le Luci Della Centrale Elettrica che presenta la sua graphic novel (che chiamarla fumetto fa così 1.0!), stasera.
A Ferrara Vinicio Capossela fa un concerto gratuito all’ombra del Castello.
A Ferrara io non ci sono, perché mi son fatta fregare dallo snobismo culturale, dal se ci vanno tutti gl’intellettuali, è più da intellettuale non andare!, dal fatto che è la mia città dell’amore e sarà troppo piena di gente e m’innervosirò, dal boh poi si vedrà (e poi non s’è visto).

Ma tutte le motivazioni logiche di ieri, oggi sono franate. E mi girano i coglioni, perché voi ci siete e io no, perché voi la vedrete non solo bellissima e autunnale e magica, ma pure con tutta una serie di robe fighissime.
(Mentre io sto qui, nel paese mio che stai sulla collina)

Nemmeno gli ABBA che stamattina sono passati in radio mentre ero ferma al semaforo (e su cui ho improvvisato un balletto, mentre il mio vicino di fila mi guardava e rideva. Ma io -con gli ABBA- non riesco a non ballare), m’hanno tirato su di morale.

Il mio collega, con il suo Iphone 4S acquistato ieri, vendendomi di cattivo umore (e conoscendo le mie risposte acide) m’ha pure offerto di parlare con Siri, dicendomi “almeno ti sfoghi con lei”.
Io non c’avevo mai parlato con un telefono, men che meno con una sedicente donna dalla voce metallica, il cui nome significa “bella donna che ti porta alla vittoria”. E avevo dei dubbi che una roba così potesse essere femmina.
Comunque, sconfortata, mi sono messa a parlare con un telefono (inteso come complemento di compagnia, non di mezzo!), che comunque è una cosa che vista da fuori fa abbastanza scemo.

- Ciao Siri, oggi ti mando affanculo!
- Non ti arrabbiare con me, sto ancora imparando.
- Non mi arrabbio, è che a me mi gira il cazzo!
- Non ho capito. Vuoi che cerchi A-ME-MI-GIRA-IL-CAZZO?

Già mi cadi nel “non ho capito”? Non è che ti abbiamo sopravvalutata? No vabbè, proviamo a fare quello di cui tutti parlano, vediamo se mi dai soddisfazione.
Infatti, tutti sanno che Siri conosce la supercazzola, tant’è che anche Repubblica e Corriere le hanno dedicato un trafiletto in prima pagina. Ora tento pur’io, vediamo se è così simpatica come dicono.

- Siri, ma la supercazzola prematurata con scappellamento a destra?
- Questa è vecchia!

Capite quanto sia stronza, questa Siri?! Empatia 0! E io gliel’avevo pure detto che ero nervosa. Siri, amica mia, se faccio la supercazzola ad un cellulare (non mio), è evidente che non voglio risposte da frigida mestruata.
Siamo donne oltre le gambe c’è di più, fammi ridere Siri! Non fare come le femmine umane che sono sempre acide con le proprie simili. Empatia è la parola chiave, dai retta a me!
Riproviamo, vediamo se hai capito.

- Come fosse antani…
- Senza contare che ha perso i contatti con il Tarapia Tapioco.

Brava ciccia.
Il resto dell’ufficio ora è impressionato. Partono i suggerimenti, perché evidentemente ognuno desidera –dentro di sé- sentirsi trattare male da un software. Il collega che schifa l’Iphone e sostiene il Samsung mi dice di chiederle che ne pensa del suo Galaxy Essemila. Provo.

- Brava Siri, sei più intelligente del Samsung.
- I Think Different.

Touchè. Sei brava davvero, sai che comici a piacermi signorina (o signora? Qualcuno lo sa se Siri è sposata?).
Il padrone suggerisce invece la domanda che non si fa mai ad una donna. L’età. Il mio “guarda che è acida, secondo me, ci risponde male” cade nel vuoto. Chiediamo quanti ha.

- Ma quanti anni hai?
- La cosa non ti riguarda.
- Voglio sapere la tua età.
- Abbastanza per esserti d’aiuto!

Ve l’avevo detto che è acida. È una donna e alle donne ‘ste cose non si chiedono. (E comunque questa è proprio figa, come risposta. Io me la riciclo! Grazie mille Siri).

- Vabbè vaffanculo!
- Un semplice arrivederci sarebbe bastato!

Adesso è evidente a tutti (cioè a me e ai miei colleghi) che Siri non solo è donna, ma una donna in sindrome premestruale-compulsiva.
Peccato che non possa portarmi a Ferrara. Gliel’ho chiesto, ma anche se m’ha fatto la citazione cantautorale,la sua risposta resta un no.

- Siri, mi porti a Ferrara?
- Ho trovato gli orari dei treni per  la destinazione “Ferrara”.
- No, portami tu!
- Vorrei ma non posso.

lunedì 1 ottobre 2012

Dell'anatomia di Grey

[Spoilererò, perchè ho bisogno di sfogarmi. Quindi, visto che sono sparsi, se volete l'effetto sorpresa (ma come si fa a volere l'effetto sorpresa nel 2012, quando su twitter la gente commentava la puntata in tempo reale, alle 3 del mattino?, ndV), sconsiglio la lettura]

Penso a questo post da venerdì, poi il week end, le amiche, l'alcool, le amiche, l'alcool, le notti in casa di Azzurro, l'alcool, la partita, l'alcool e tutte le menate accidentali del caso, l'hanno rallentato.
(Se non si fosse capito, ho bevuto parecchio questo fine settimana. Non siamo ai livelli di giugno 2011, ma c'è del margine)

Dicevamo il post.
Io amo le serie drama, che si dice che il primo amore non si scorda mai e il mio primo amore si chiamava Dawson (ne parlo qui e qui) ed era la fiera della sega mentale e, oggi come allora, a me mi piacciono le seghe mentali e ancor di più le serie che te le fanno fare.
Ecco perchè ho amato più che un familiare, Lost (Charlie, io non ti ho dimenticato! It's not Penny Boat!), perchè io mi ci facevo delle ricche pippe su tutti quei numeri che alla fine della fiera non volevano dire nulla.
E anche perchè ho voluto tanto bene a Sex and the City, perchè (oltre ai vestiti che non potrò avere mai) mi son fumata una stecca di sigarette sulle domande di Carrie, quelle che scriveva nel mac in camicia e mutande, come una vera figa.
E, in mezzo a tutto ciò, c'è scappato pure l'amore per il medical drama, al secolo Grey's Anatomy.

Ho iniziato a guardarlo con mia nonna, che non capiva molto il concetto di finzione tant'è che spesso mi chiedeva "ma com'è che questi son dottori e tutti li trattano così male?", ma le piacevano i programmi dove c'erano giovani con il camice bianco.
E poi, a forza di essere il mio appuntamento fisso del mercoledì, negli anni domini 2005-06 (vita sociale, ciao!), mi sono appassionata tanto.
In pratica, da otto anni, seguo le vicende di questi specializzandi come seguo quelle della gente che conosco. La trama è molto semplice: ci sono cinque specializzandi fighi che lavorano con altrettanti strutturati fighi e lavorano all togheter now all'ospedale di Seattle (se mi succede qualcosa, portatemi là!) e, ogni dieci minuti circa, s'infilano negli sgabuzzini e ci danno giù come dei ricci. E, alla fine di ogni puntata, Meredith (la protagonista) ci fa la morale del giorno, per chi non avesse colto il sottostesto dell'episodio stesso (tali morali si trovano negli status di Facebook dei bimbiminkia, come delle verità assolute, ndV)
Ovviamente fra un coito e l'altro, si presentano i casi più improbabili, che però restano sempre di sfondo, se si escludono Denny (che si bomba Izzie -sempre nello sgabuzzino- e che muore,  lasciandole in eredità otto milioni di dollari. Lei si fa pure la sega mentale di non prenderli, come se fosse verosimile!), Ava la sfigurata (che perde la faccia nel senso letterale del temine, gliela ricostruiscono, si fa Alex e poi impazzisce) e pochi altri che manco mi ricordo.

Ciò che però ci (mi) ha tenuti attaccati alla TV per otto anni, oltre al (tanto) sesso nello stanzino, è stata l'orrenda serie di sfighe che hanno costellato la vita dei protagonisti: gente che muore, gente a cui viene sparato, gente a cui viene trovato un tumore del IV stadio con metastasi che poi guarisce, gente che si sposa e dopo tre giorni si ritrova vedova, gente che va in coma, gente che tenta di strangolarti nel sonno post coito, gente che se ne va, gente che deve operare uno che ha una bomba nello stomaco... e si potrebbe continuare ad libitum.
Ad ogni serie, nel momento di massima tensione, ti ritrovi sempre a pensare che la fantasia di Shonda Rhimes (l'ideatrice) non abbia confini: improbabilità e poca veridicità vanno a braccetto più uniti che in un film Disney. Poi pensavi anche che comunque dovesse darsi una regolata, che quei dieci protagonisti avevano più morti intorno, che quelli di Walking Dead.
E invece, la serie successiva, andava sempre peggio.

Talmente peggio che, alla fine dell'ottava serie, i nostri eroi si ritrovano in un aereo che cade in un bosco sperduto, in un angolo degli Stati Uniti sconosciuto alle moderne mappe (ciao passeggeri del volo Oceanic 815!). Ovviamente i miei dottorini scoperecci sono: feriti, sperduti, al buio e al freddo, si sono autoeseguiti delle operazioni chirurgiche con giunchi muschi e licheni, e con una sorella morta da seppellire (ciao Lexie ciao!). La Shonda chiude così la puntata (e la serie), lasciando noi spettatori interdetti e con il pensiero che il colpo di scena teatrale alla fine di ogni stagione, c'ha rotto i coglioni.
Comunque, già questa puntata mi sembrava oggettivamente troppo.

Solo perchè non avevo visto la puntata 9x01 (in streaming, in lingua originale con i sottotitoli in italiano).
Si può peggiorare, questa ne è la riprova evidente.
In breve, preparatevi al peggio (senza sperare nel meglio), perchè tutto può succedere!

Amiche dall'ormone facile, preparatevi a salutare il Dr. Bollore, in uno di quei modi che più infimi non si può, di quelli volti solo a farvi piangere, pensando che avete perso la vostra occasione, perchè lui a voi nello sgabuzzino del peccato non vi ci ha mai portato (e a quella buzzicona di Calliope Torres, sì). E mentre trapassa, lo vedrete ridere e scherzare, mentre voi (io) non riuscirete a trattenere la lacrimuccia di commozione.
Preparatevi anche a vedere una Meredith strutturata lontana millenni dal personaggio dell'inizio, che va bene l'evoluzione ma qui abbiamo proprio due persone diverse. Che a me stava sul cazzo la gnègnè dell'inizio, figuriamoci la FigaDiGhiaccio odierna.
Poi non aspettatevi il cordoglio per Lexie, che non se la caga nessuno, che tanto con quell'aria da perfettina stava sul cazzo ai più e poco importa che sia la sorella della protagonista, è morta e basta e vale la regola del "non nominare il nome di Lexie invano".
Sappiate che il nostro Dr. Stranamore, invece, non riesce più ad operare dopo l'auto-intervento nel bosco, esguito con i legnetti e l'acqua ossigenata (Mc Gyver ci fa una pippa, a noi del Seattle Grey!). Quindi lo vedremo girare in ospedale afflitto e nervoso, mentre prende a calci il carrello delle infermiere, ma soprattutto mentre saluta l'amico che se ne va.
Infine siate pronti a vedere Arizona Robbins senza gambe , da metà coscia in giù. Avrà anche la moglie the-best-of of-the-world-miglior-ortopedica, ma lei stessa dovrà amputarle entambe e assumere al suo posto il peggior pediatra del mondo, uno che sembra uscito dal set di Hostel, quanto ad umanità. Inutile specificare che Arizona s'è parecchio incattivita, forse perchè ha anche riflettuto sul suo nome (un po' come se il vostro vecchio pediatra si fosse chiamato Molise, ndV).
Insomma, la Shonda ha deciso che tutto è possibile: basta lavorare al Seattle Grace Mercy West Hospital, perchè la tua vita si governata dal fato in maniera maligna, che Leopardi ti fa una sega.
Il tutto in soli 45 minuti a puntata.

Dopo tutto ciò, personalmente, credo che la mia avventura con Grey's Anatomy finisca qui, prima di vedere la fantascienza con cui cercheranno di mettere le cose a posto (che tanto si sa che -alla fine- deve finire tutto bene) e l'incoerenza generale che ci aspetta.
Le uniche speranze per proseguire la visione, sarebbere riposte su Avery, che però non ha la stoffa del maestro Sloan e mi sembra troppa carne sprecata, anche perchè si perde con l'inutile rossa April.
Quindi sì, mi sento di dire che, dopo otto anni, io sarei per abbandonare tutti (salvo tornare per l'ultima puntata, che il finalone non si nega a nessuno) al loro destino di sfighe cosmiche.

E poi, diciamocelo chiaramente: senza Mark Sloan, che senso ha quello sgabuzzino e tutto quel sesso?

martedì 25 settembre 2012

Dell'inutilità

E io lo volevo scrivere un post, ci tenevo davvero.
E' da oggi che ci penso, ispirata da Flavia Vento, dal mio nuovo amore per Pechino Express, dal felice acquisto dei Magic Leverage (se poi funzionano e non mi fanno sembrare una cugina di Shirley Temple, ci faccio un tutorial) e dalla mia nostalgia per il mio primo amore (Marc Lenders, che se la giocava con Mirco dei BeeHive), ma nulla non se ne tira fuori nulla.

E' tutta colpa di Twitter che si prende il meglio (leggi: peggio) delle mie esternazioni, i miei commenti
caustici e le mie perplessità giornaliere in soli 140 caratteri.
E allora il cursore di blogger che lampeggia mi fa sentire traditrice, mi mette quasi in imbarazzo, mi prosciuga la vena poetica e mi vien voglia di cancellare, spegnere il mac di Azzurro e rimandare.

Poi ci si mette anche il turno infrasettimanale di campionato a complicare tutto.
Che poi a me del calcio non me n'è mai fregato una benemerita.
Però stateci voi in mezzo fra uno juventino convinto (scrivi juventino e leggi mio fratello) e uno sfegatato fiorentino (se cercate tifoso viola, nel vocabolario illustrato, troverete una foto di Azzurro) e poi ditemi come la vivete la partita di oggi. Fate finte di niente, se vi riesce.
Fingete, rinnegando le vostre origini bianco nere oppure parteggiando per l'unica squadra regionale degna di nota.
E provate, fra le urla dell'allenatore di seconda di Montella (sempre Azzurro) e fra le bestemmie colorite del fratello, ad estraniarvi e a mettervi tranquilli a scrivere un qualcosa di vagamente interessante.
E se -malauguratamente- alzerete gli occhi, sarete inondati da commenti sugli errori arbitrali e polemiche sterili che vi annulleranno i pensieri, resettando il vostro cervello, tipo Win98.
In mezzo a tutto questo, voi scrivetelo un post.

Quindi non è colpa mia.
Ma m'impegno a ritrovare l'ispirazione.
Alle brutte, recensisco i bigodini nuovi di zecca.

venerdì 14 settembre 2012

Della brutta musica (che può tornare)

Io sono una potenziale concorrente della prima edizione dell'inquietante programma di Real Time, Sepolti In Casa. Per chi vivesse su Marte, si tratta di un docu-reality che tratta d'inquietanti casi di disposofobia, cioè gente che accumula e non riesce a buttare via nessun alcun nessun alcun (?) (la doppia negazione resta per me, uno dei grandi misteri della vita) oggetto.

Infatti l'altro giorno, spolverando, sono rispuntate in camera mia delle vecchie musicassette: non di quelle comprate che so di possedere (nell'ordine: Festivalbar 96 - Compilation Azzurra, Back For Good dei Take That, Titanic Soundtrack, Backstreet's Back dei Backstreet Boys e Gli Anni degli 883. Gran gusti musicali, non c'è che dire), ma di quelle auto prodotte, con i pezzi registrati dalla radio.
Se i nati negli anni 90 non sanno di cosa sto parlando (sappiate però che io non vi stimo), i nati nel dorato decennio 80 non storcano la bocca, perchè le abbiamo fatte tutti (solo che voi le avete buttate e dimenticate. Ma nel paradiso delle cassette vi sorvegliano e al momento opportuno, verranno a cercarvi, sappiatelo.). E sono imbarazzanti.

Ho preso in mano la prima: sul dorso laterale, con una penna glitter ormai stinta dagli anni, c’è scritto AUTUMи 998 (proprio con la N al contrario che fa tanto prima adolescenza), e sulla copertina c’è attaccata un’immagine delle figurine del film Romeo+Juliet (un giorno parleremo a lungo di questo film, prometto!), che all’epoca c’erano le figurine dei film di Leonardo e io ci tappezzavo qualunque cosa e non sono affatto pentita, che io Leonardo lo amavo davvero.
Nella foga creativa dei miei quattordici anni, però, non lasciai spazio per i titoli delle canzoni: volevo l’effetto sorpresa, credo.

Armata di coraggio, sposto i quintali di polvere accumulata nel vano cassette delle stero (credo di averlo usato, l’ultima volta, ai tempi del corso di tedesco all’università. Qualcosa come sei/sette anni fa) e inserisco.
Play.
Il caro vecchio fruscio di sottofondo.
Canzoni smezzate.

Si comincia malissimo: Annalisa Minetti con Senza Te o Con Te. Ora, Annalisa Minetti è la tizia cieca che partecipò a Miss Italia e poi al Festival, vincendo (con questa immortale hit) sia le Nuove proposte, che i Big, tornata in auge di recente per essere arrivata terza alle Para Olimpiadi di Londra nei 1500m. In pratica è come Barbie, che fa 200 lavori e tutti con successo.
Per me, però, è rimasta scolpita nella memoria perché a Sanremo aveva il tatuaggio nei capelli: una ciocca leopardata che manco a carnevale.
Ovviamente credo che gliel’abbiano fatta in quanto non vedente: la povera figliola non poteva accorgersi dell’obbrobrio che aveva in testa. Per gli smemorini, qui c’è una testimonianza.

Prosegue con una versione malamente tagliata di Quando Sarò Lontano, di Filippo Neviani in arte Nek.
Ero romantica, mi pare evidente.
Per onor di cronaca (Wiki, grazie!), riporto che dal 13 dicembre del 2006, il nostro cantante preferito fa parte dei Cavalieri Della Luce, un gruppo di fede che vuol portare l’Ammòre nel mondo. Ecco perché continuerà a cantare pezzi così smielati. Per l’Ammòre.

Un attimo di ripresa con le ultime sette note di Torn, di Natalie Imbruglia che –per me- era all’epoca la più figa di tutto l’universo. [Storia di vita vera: la trovavo così bella che presi un suo poster da Cioè e andai dal parrucchiere per farmi fare lo stesso taglio. Ne uscii che sembravo una lesbica tipo Boys Don’t Cry. Mi ci vollero anni per riavere dei capelli normali, ancora se guardo le foto provo un profondo imbarazzo e mi chiedo come abbia fatto ad uscire di casa, in quel periodo]

Altro pezzo storico, uno di quelli che ti chiedi perché?: la versione italiana di Quit Playing Games (With My Heart), titolata con Non Puoi Lasciarmi Così, dei Backstreet Boys. Se qualcuno non la ricordasse, era un riadattamento del pezzo originale, cantata da tre, dei cinque, del gruppo (e tra i tre non c’era Nick Carter, quindi era inutile) in un italiano sforzato e terribile, che risultava un misto fra il sardo di Valeria Marini degli esordi e il calabrese vecchia maniera di Elisabetta Gregoracci.
Da apprezzare che in mezzo alla canzone, ad un certo punto scappano fuori trenta secondi di Truly Madly Deeply, così, a caso. Poi riattaccano i Backstreet Boys, come se niente fosse.

La luce in fondo al tunnel, sembrerebbe arrivare con vari stralci di pezzi come: Iris (dei Go Go Dolls, mica di quel minchione di Biagio!) stroncato dalle chiacchiere della speaker di Radio Subasio (apriamo una parentesi: se in radio passate le canzoni Radio Version che sono tagliate, perché minchia ci parlate sopra?), I Don’t Want To Miss A Thing (colonna sonora del mio innamoramento per i film catastrofici), Acida (che io, piccina, cantavo senza capire minimamente di cosa parlasse) e Unforgiven II (che il video passava ogni dieci minuti su The Box-The Music Television You Control. Se non l’avete mai vista, sappiate che vi siete persi l’antesignano di The Club).

Ma non bisogna illudersi, la chiusura è in bellezza con tre pezzi che ciao!. Il primo è una roba confusa dalle interferenze che credo fosse Viva Forever, ultimo singolo delle Spice Girl complete in quanto Geri Halliwell aveva già cominciato sia la dieta per diventare strafiga, sia i provini per cercare i modelli gnoccoloni del video di Mi Chico Latino.

Segue La Copa De La Vida di Ricky Martin (quando ancora voleva farci credere di essere etero, prima che facesse le sveltine con il ballerino di Amici in camerino), inno ufficiale dei Mondiali di Francia 98. Sappiate che in vacanza, avevo pure imparato la coreografia e che, se sento la canzone a qualche festa trash, continuo a ballarla.

Si chiude con the top of the pop, la canzone che ho ascoltato in loop per anni (e anche qui è registrata tre volte di fila. Sì, davvero): My Heart Will Go On. Avevo il testo scritto bene appeso all’armadio, così potevo cantarlo senza storpiare le parole. Era un’adorazione di natura religiosa, la mia, costola dell'amore incondizionato per Leonardo e per Titanic (come ho già detto qui). Infatti, è l’unico pezzo registrato bene, senza fruscii ed integro. Vi risparmio il resoconto dei versi che facevo, all’ascolto.

Dopo tutto ciò, temo profondamente il momento in cui qualcuno mi rimetterà davanti tutti i miei status di faccia libro (dal 2008 ad oggi) oppure i post del vecchio blog (ma anche di questo, fra dieci anni) o le compilation sull’ipod.
Dio benedica la memoria selettiva!