venerdì 14 settembre 2012

Della brutta musica (che può tornare)

Io sono una potenziale concorrente della prima edizione dell'inquietante programma di Real Time, Sepolti In Casa. Per chi vivesse su Marte, si tratta di un docu-reality che tratta d'inquietanti casi di disposofobia, cioè gente che accumula e non riesce a buttare via nessun alcun nessun alcun (?) (la doppia negazione resta per me, uno dei grandi misteri della vita) oggetto.

Infatti l'altro giorno, spolverando, sono rispuntate in camera mia delle vecchie musicassette: non di quelle comprate che so di possedere (nell'ordine: Festivalbar 96 - Compilation Azzurra, Back For Good dei Take That, Titanic Soundtrack, Backstreet's Back dei Backstreet Boys e Gli Anni degli 883. Gran gusti musicali, non c'è che dire), ma di quelle auto prodotte, con i pezzi registrati dalla radio.
Se i nati negli anni 90 non sanno di cosa sto parlando (sappiate però che io non vi stimo), i nati nel dorato decennio 80 non storcano la bocca, perchè le abbiamo fatte tutti (solo che voi le avete buttate e dimenticate. Ma nel paradiso delle cassette vi sorvegliano e al momento opportuno, verranno a cercarvi, sappiatelo.). E sono imbarazzanti.

Ho preso in mano la prima: sul dorso laterale, con una penna glitter ormai stinta dagli anni, c’è scritto AUTUMи 998 (proprio con la N al contrario che fa tanto prima adolescenza), e sulla copertina c’è attaccata un’immagine delle figurine del film Romeo+Juliet (un giorno parleremo a lungo di questo film, prometto!), che all’epoca c’erano le figurine dei film di Leonardo e io ci tappezzavo qualunque cosa e non sono affatto pentita, che io Leonardo lo amavo davvero.
Nella foga creativa dei miei quattordici anni, però, non lasciai spazio per i titoli delle canzoni: volevo l’effetto sorpresa, credo.

Armata di coraggio, sposto i quintali di polvere accumulata nel vano cassette delle stero (credo di averlo usato, l’ultima volta, ai tempi del corso di tedesco all’università. Qualcosa come sei/sette anni fa) e inserisco.
Play.
Il caro vecchio fruscio di sottofondo.
Canzoni smezzate.

Si comincia malissimo: Annalisa Minetti con Senza Te o Con Te. Ora, Annalisa Minetti è la tizia cieca che partecipò a Miss Italia e poi al Festival, vincendo (con questa immortale hit) sia le Nuove proposte, che i Big, tornata in auge di recente per essere arrivata terza alle Para Olimpiadi di Londra nei 1500m. In pratica è come Barbie, che fa 200 lavori e tutti con successo.
Per me, però, è rimasta scolpita nella memoria perché a Sanremo aveva il tatuaggio nei capelli: una ciocca leopardata che manco a carnevale.
Ovviamente credo che gliel’abbiano fatta in quanto non vedente: la povera figliola non poteva accorgersi dell’obbrobrio che aveva in testa. Per gli smemorini, qui c’è una testimonianza.

Prosegue con una versione malamente tagliata di Quando Sarò Lontano, di Filippo Neviani in arte Nek.
Ero romantica, mi pare evidente.
Per onor di cronaca (Wiki, grazie!), riporto che dal 13 dicembre del 2006, il nostro cantante preferito fa parte dei Cavalieri Della Luce, un gruppo di fede che vuol portare l’Ammòre nel mondo. Ecco perché continuerà a cantare pezzi così smielati. Per l’Ammòre.

Un attimo di ripresa con le ultime sette note di Torn, di Natalie Imbruglia che –per me- era all’epoca la più figa di tutto l’universo. [Storia di vita vera: la trovavo così bella che presi un suo poster da Cioè e andai dal parrucchiere per farmi fare lo stesso taglio. Ne uscii che sembravo una lesbica tipo Boys Don’t Cry. Mi ci vollero anni per riavere dei capelli normali, ancora se guardo le foto provo un profondo imbarazzo e mi chiedo come abbia fatto ad uscire di casa, in quel periodo]

Altro pezzo storico, uno di quelli che ti chiedi perché?: la versione italiana di Quit Playing Games (With My Heart), titolata con Non Puoi Lasciarmi Così, dei Backstreet Boys. Se qualcuno non la ricordasse, era un riadattamento del pezzo originale, cantata da tre, dei cinque, del gruppo (e tra i tre non c’era Nick Carter, quindi era inutile) in un italiano sforzato e terribile, che risultava un misto fra il sardo di Valeria Marini degli esordi e il calabrese vecchia maniera di Elisabetta Gregoracci.
Da apprezzare che in mezzo alla canzone, ad un certo punto scappano fuori trenta secondi di Truly Madly Deeply, così, a caso. Poi riattaccano i Backstreet Boys, come se niente fosse.

La luce in fondo al tunnel, sembrerebbe arrivare con vari stralci di pezzi come: Iris (dei Go Go Dolls, mica di quel minchione di Biagio!) stroncato dalle chiacchiere della speaker di Radio Subasio (apriamo una parentesi: se in radio passate le canzoni Radio Version che sono tagliate, perché minchia ci parlate sopra?), I Don’t Want To Miss A Thing (colonna sonora del mio innamoramento per i film catastrofici), Acida (che io, piccina, cantavo senza capire minimamente di cosa parlasse) e Unforgiven II (che il video passava ogni dieci minuti su The Box-The Music Television You Control. Se non l’avete mai vista, sappiate che vi siete persi l’antesignano di The Club).

Ma non bisogna illudersi, la chiusura è in bellezza con tre pezzi che ciao!. Il primo è una roba confusa dalle interferenze che credo fosse Viva Forever, ultimo singolo delle Spice Girl complete in quanto Geri Halliwell aveva già cominciato sia la dieta per diventare strafiga, sia i provini per cercare i modelli gnoccoloni del video di Mi Chico Latino.

Segue La Copa De La Vida di Ricky Martin (quando ancora voleva farci credere di essere etero, prima che facesse le sveltine con il ballerino di Amici in camerino), inno ufficiale dei Mondiali di Francia 98. Sappiate che in vacanza, avevo pure imparato la coreografia e che, se sento la canzone a qualche festa trash, continuo a ballarla.

Si chiude con the top of the pop, la canzone che ho ascoltato in loop per anni (e anche qui è registrata tre volte di fila. Sì, davvero): My Heart Will Go On. Avevo il testo scritto bene appeso all’armadio, così potevo cantarlo senza storpiare le parole. Era un’adorazione di natura religiosa, la mia, costola dell'amore incondizionato per Leonardo e per Titanic (come ho già detto qui). Infatti, è l’unico pezzo registrato bene, senza fruscii ed integro. Vi risparmio il resoconto dei versi che facevo, all’ascolto.

Dopo tutto ciò, temo profondamente il momento in cui qualcuno mi rimetterà davanti tutti i miei status di faccia libro (dal 2008 ad oggi) oppure i post del vecchio blog (ma anche di questo, fra dieci anni) o le compilation sull’ipod.
Dio benedica la memoria selettiva!

martedì 31 luglio 2012

Dei ritorni

In caso qualcuno se lo fosse chiesto, non sono morta.
Sono stata in ferie.
Oggi, che sono rientrata al lavoro, però, potrei morire.
E quindi sì, la settimana prossima tutti ve ne andrete al mare amostrarlechiappechiare, tutti farete meravigliosi viaggi in località esotiche, tranne me che son già stata via e starò qui, nella canicola e al lavoro.

Vabbè, nella mia assenza dalla rete, è accaduto, nell’ordine:

- Di stare al sole per n ore;
- Di leggere degli Harmony, che sono più divertenti delle barzellette de La Settimana Enigmistica (soprattutto quando lui la strinse al proprio corpo,fremendo di desiderio e passione);
- Di fare Mare et Montagna in soli dieci giorni, passando da 40 gradi centigradi, a 12 (senza avere i necessari maglioni, of course);
- Di appassionarmi (ancora) a Kiss Me Licia, che passa alle 09.00 su ItaliaUnooo. Ma soprattutto di far appassionare anche Azzurro;
- Di vincere un premio sul blog di Paolo a cui dedicherò post apposito;
- Di aprire un account Twitter (Viola Polemica);
- Di innamorarmi di un cappotto blu pavone, che però non posso permettermi (appena trovo il link, pubblico).

Ma soprattutto sono iniziate le Olimpiadi.

Ovviamente, come ogni donna senza muscolatura che si rispetti (quale sono), mi appassiono a qualunque sport: dall’atletica al nuoto, dal badminton al tiro con l’arco fino al dressage. Tutto questo in attesa che le bocce diventino disciplina olimpica, in modo da vere delle chance di potervi partecipare, un giorno.

Dicevo, le olimpiadi.

Che meraviglia. Gente che, come me, si flippa a vedere la carabina, che insulta (a ragione) la Pellegrini (che ci ha dimostrato che se si allenasse, invece che fare marchette a qualunque cosa, forse porterebbe a casa una medaglia) e che parla come se nella vita avesse studiato il regolamento di ogni sport.

Insomma, è la festa di ogni medaglia d’oro di zapping.

Non è, ahimè, la festa del buongusto. È bastato vedere l’inaugurazione, per rendersi conto che sono poche le nazioni che sanno vestire in maniera DIGNITOSA i propri atleti e non sto parlando di Paesi sconosciuti (tipo: chi sa dov’è il Belize, alzi la mano!) o di chi sfila in abiti tradizionali (come l’India). No, di gente cosiddetta civilizzata. Ecco, parliamone un attimo.

Regno Unito

Cominciano dai padroni di casa, quelli che hanno speso l'equivalente del notro PIL per la cerimonia di apertura e poi si sono presentati vestiti con il domopack e i bermuda. Roba da far rabbrividire persino nell'edizione Seul 1988 (quella di Mila, sì).


USA

Ed ecco i loro cugini d'oltre oceano, che non pensavano che la cerimonia d'inaugurazione fosse una roba ufficiale e quindi hanno deciso di travestirsi. E infatti, eccoli mascherati da personale di bordo della Delta Airlines. Le uscite di sicurezza sono qui, qui e qui.


Olanda

Gli amici del paese delle biciclette, avendo perduto i baggli in aeroporto, hanno svaligiato i gabbiottini dell'ANAS e se la sono inventata così. O almeno è l'unica spiegazione possibile. D'altronde: orange is the new black.

Danimarca

Qui invece abbiamo le suore laiche danesi. Belle figliole, per l'amor del cielo, ma a confronto, Maria di Tutti Insieme Appassionatamente, sembrava la gemella di Mary Quant. Per il 2016 ci aspettiamo una bella tunica, stile Druido.


Finlandia

Restiamo a nord: ecco le amiche della Finlandia. Al contrario delle danesi, non si sono riguardate sull'orlo della gonna (e dato l'alfiere, direi che hanno fatto pure bene!), peccato per il giubbino mimetico-urbano. Fa molto Spice Girls, prima maniera, o rumeno 2.0. Ancora qualche anno e sarà avanguardia.

Grecia

Ecco i nostri amici, compagni di prossime sventure economiche, i greci. Data la crisi, hanno pensato bene di riutilizzare completi vecchi di un ventennio, cupi e tristi, che sembrano pronti per un funerale. Insomma, l'austerity, mica seghe.

Repubblica Ceca

Gli amici della Repubblica Ceca, detti i simpatici umoristi, sono gente che va nel paese più piovoso dell'emisfero e si presenta, a mo' di sfottò, con stivali di gomma e ombrello. Se venivano in Italia, probabilmente venivano con mitra e coppola. Simpatici come un calcio nei denti.


Svezia

Medaglia di bronzo per gli amici della Svezia, usciti direttamente da un puntata di College, con la felpa a righe orizzontali che fa così tanto anni 80, che di più non si può. Capisco che non abbiate Armani in patria, ma si poteva far di meglio invece che cercare le magliettine a 3,99 euri di H&M, ecco.

Germania

Secondo posto per i padroni dell'economia europea, i tedeschi. Come me, anche loro sono nostalgici di Kiss Me Licia e quindi hanno deciso di emulare il grembiulino di Andrea (il fratellino di Mirko) e Elisa (la sua fidanzatina). Più kitch di così, non si poteva.


Spagna

Medaglia d'oro, senza dubbio, alla patria delle vacanze italiane: la Spagna (olè!). Non so se era possibile fare peggio, ma credo sinceramente di no. Da notare la fantasia delle donne e la sobria borsa delle atlete. Praticamente sia autoperculano. Ma Zara, la madrina di tutte le wannabe-fashion blogger, in quanto iberica, non poteva dare una mano?

Insomma, oggi abbiamo cpaito che medagliere+stile non è binomio facile. Ecco perchè noi abbiamo la divisa più figa!

lunedì 9 luglio 2012

Jack Frusciante è uscito dal Gruppo. Ma il Gruppo regge ancora alla grande!


Standing in line
To see the show tonight
And there's a light on
L’Heineken Jammin’ Festival è un’esperienza: è un tripudio di luci, gente, colori e musica che raramente si vive in un contesto così rilassato.
C’era l’afa, ma non era insopportabile.
C’era gente ma non la calca.
C’era aria di festa, ma non sguaiata.
C’era musica, quella sì, tanta e bella, di quel rock che piace a me, che mi porta ricordi e sensazioni, che mi fa saltare e cantare a squarciagola in mezzo a migliaia di sconosciuti.

Siamo entrati che sul palco già si suonava, accaldati e stanchi da 400 km macinati in treno per essere là, dove avrei tanto voluto essere dieci anni fa ma non c’ero (Azzurro sì, per la cronaca). Il tempo di un giro per gli stand, per farsi le mani a tema (ho una manicure con le note musicali, ndV), per prendere una bottiglia d’acqua e i led cominciano a illuminarsi, interrompendo gli spot sul sesso sicuro (welcome back, 90’s!), la musica richiama, si sente elettricità.
Ho un fiammante biglietto per Noel Gallagher e i Red Hot Chili Peppers, in pratica un tributo ai nostri migliori anni, quelli che eravamo ragazzini ed era tutto tanto rock, da sembrare un film.
Please don't put your life in the hands
Of a Rock n Roll band
Who'll throw it all away
Noel Gallagher, in polo e occhiali da sole, sale sul palco. Il 50% degli Oasis è davanti a me. Brividi.
In realtà fa un po’ troppo il fighetto, non parla (se si esclude uno GIAO ITAGLIA!), ogni tanto si ferma per bere la birra che sponsorizza l’intera baracca, suona principalmente le sue canzoni. E infatti, salvo qualche ragazzina infoiata, metà della gente ascolta ma non partecipa. Noel, noi siamo cresciuti con gli Oasis. Suona i tuoi pezzi storici, con buona pace dei tuoi High Flying Birds. Wonderwall, Noel, suonaci Wonderwall!
Alla fine cede, ma non suonerà Wonderwall (si capisce che ci sono rimasta male?), ma tirerà fuori degli evergreen come Whatever, Little by little e Don’t look back in anger che infiammano il pubblico. E io urlo, urlo su Little By Little, come se avessi ancora quindici anni, come se non mi accorgessi che a lui girano le palle di dover suonare le canzoni vecchie, come se non notassi che lui è bravo, ma di voglia di suonare non se ne parla.
Quando saluta ed esce dal palco, io sono già senza voce e stremata.
E il bello deve ancora venire.
Come to decide that the things that I tried
Were in my life just to get high on
Si aspetta, poi, sdraiati sul tappeto di erba sintetica, si ride e si suda, ci si riposa in previsione di quello che sarà. Quando il led diventa rosso e compare l’asterisco, noi siamo accanto al mixer, fra i ragazzini e i padri di famiglia: già, perché i ventenni di Blood Sugar Sex Magik oggi sono quarantenni con famiglia. E poi ci son quelli che hanno sentito da preadolescenti Californication e ora hanno vent’anni.
E poi ci siamo noi che abbiam fatto in tempo a vedere John Frusciante uscire dal gruppo, rientrarci e uscire di nuovo.

(Digressione. Essì vecchio Alex, John poi c’è pure rientrato nel gruppo, qualche hanno dopo la partenza di Adelaide. E dopo gli splendori commerciali degli anni 2000 è uscito di nuovo. Ora c’è Josh Klinghoffer, che non sarà Frusciante, ma se la cava discretamente. Stammi bene, Alex. Fine Digressione)
Mi giro e alle mie spalle vedo una distesa sterminata di teste: la mattina dopo leggerò che eravamo quasi trentamila, ma sul momento non me ne sono resa conto, che avevo abbastanza spazio, anche per ballare.

Azzurro non sta più nella pelle, già canta senza musica e un gruppo di ragazzi vicini, canta con lui. Concerto nel concerto, metaconcerto.

Buio.
Applausi e grida.
Riflettori sul palco.

Ed eccoli qui, questi uomini di mezza età che sembrano ventenni sul palco, che attaccano con un pezzo nuovo (Monarchy Of Roses), mentre la folla si dimena, come in una festa.

Can't stop addicted to the shin dig
Cop top he says I'm gonna win big

Ora, sarà che io i Red Hot Chili Peppers non li avevo mai visti dal vivo, sarà che anche se non sono il mio gruppo preferito li ho sempre ascoltati, sarà che alcune canzoni (no, non Under The Bridge) sono legate a determinati momenti della mia adolescenza, sarà quello che volete, ma sono rimasta sconvolta da quanto siano bravi.
Perché tenere a ballare trentamila persone senza troppi orpelli scenici, non è da tutti.

Flea è qualcosa di stratosferico: per un’ora e mezzo non si è fermato mai, dai salti alle verticali, alle battute (che io non le capivo), è un animale da palco. Chad Smith rulla di continuo, quella batteria la sentivi anche quando è saltata una parte dell’impianto. Il già citato Josh Klinghoffer è bravo, sa stare con i ben più navigati colleghi senza perdersi e quando improvvisa con Flea è da strapparsi i vestiti. E soprattutto il controcanto che fa a Can’t Stop, non mi fa rimpiangere il suo predecessore, che per me è roba grossa. Antony Kiedis è un po’ sotto tono (con qualche stecca qua e là) ma regge perfettamente i sedici pezzi senza prendere mai fiato.

Ballo, salto mentre penso che un live così non l’ho mai visto, nemmeno ai gloriosi tempi dei festival gratis.

Le canzoni nuove le conosco meno, Snow (Ehy Oh) è la mia canzone preferita fra le recenti e faccio una sudata per ballarla tutta, su Scar Tissue mi accorgo di avere un decimo della voce che avevo qualche ora fa, su Dani California salto tanto che un ragazzetto mi chiede “ma come fai?”, quando attacca Under The Bridge è impressionante il silenzio che accompagna l’intro e poi è un fiorire di accendini e ipod, Californication è casino, Fire è roba da addetti ai lavori che mi accappona la pelle.

Give it away give it away give it away give it away now [x 3]

Siamo alle battute finali, si sente. L’ultimo pogo, sciolgo i capelli impiastricciati di sudore e balliamo come se non ci fosse domani su Give It Away. Salutano e ringraziano e io penso che voglio rivederli e che è stato fantastico. Fanculo alla mia età anagrafica, ai dolori alla schiena per le ore in piedi, alla stanchezza del viaggio, ai giorni di ferie.
È stato IL concerto. Esticazzi.
Come dicevano sul Corriere Della Sera, peccato per chi non c’era.

martedì 3 luglio 2012

Dell'insenatura di Dawson

(Ovvero, dell'identificarsi con il personaggio più sfigato dell'intera serie)*

Ci sono cose che fanno parte di me e che mi appartengono, che anche se sono cresciuta o cambiata, restano lì sempre uguali.
Questo, però, non è sempre un bene.
Si dice che bisognerebbe maturare, progredire. Joey addirittura lo urlava a Dawson, all’alba della prima serie (correva l’anno 1998, per la cronaca) quando lui non la capiva.

Ecco, io sono come Dawson: ancorata alla mia manciata di certezze, terrorizzata dai cambiamenti, in modo molto infantile. Tant’è che io nel triangolo che ci (mi) tenne incollata alla TV nei pomeriggi di Italia1, io parteggiavo dichiaratamente per lui. Perché lui è il mio alter ego.

Non in tutto certo, stiamo sempre parlando di un cazzone dalla fronte più alta del Nord America, di un trentenne che ci volevano far passare per quindicenne solo mettendogli addosso qualche camicia a quadri, di uno che le donne non le ha mai capite.

E che Dawson non capisse una benemerita, si dimostra fin dalle prime puntate, basta ricordare che invece che intortare come un normale adolescente (cioè sciorinando banalità su Baudelaire, Karl Marx, i Pink Floyd, la Nouvelle Vague et similia), opprime tutte le sue ragazze con dei pipponi (solo figurati, eh! Che Dawson si mantiene vergine fino al college! IL COLLEGE! Roba che American Pie non ti ha insegnato niente?) su Spielberg.
Sì, Spielberg.
Steven Spielberg, quello di ET.
L’apoteosi del cinema commerciale, quello che conoscono tutti, che tutti vedono ma che nessuno stima (tranne me, che sono ancora sotto per Jurassic Park! Ma l’ho già detto: lui è il mio alter ego). Ci si domanda, ad oggi, come Joey, famosa per la parlantina e le risposte acide, non gli abbia mai sbottato di farsi una cultura cinematografica degna, che almeno si arricchiva culturalmente anche lei ad ascoltarlo, visto che di fare altro non se ne parlava.
E invece gnente, serate su serata a guardare Lo Squalo. Robe che sì, guarda, piacerebbe tanto anche a me ma stasera devo proprio limarmi le unghie.

E infatti, Joey sceglie Pacey, che era una capra a scuola (ricordiamoci che non si diploma), ma che almeno la libera dall’incubo cinema e le offre l’avventura. Forse avventura è eccessivo, se ricordiamo per un attimo le loro serate: minigolf, cinema, cena di classe. E certo, la barca a vela (leggi: catamarano) un’estate, durante la quale lei dorme per tre mesi tre in un’amaca, mentre lui le legge La Sirenetta.
Se avessi avuto la mia ernia L4-L5, cara la mia Joey Potter, al ritorno ti toccava cominciare ad uscire con un neurochirurgo.

D’altro canto, anche lei era all’altezza dei suoi comprimari: un’adolescente con paturnie e sfighe (madre morta, padre carcerato, sorella ragazza madre, povera in canna) che poteva gareggiare con Candy Candy. Ovviamente, dietro l’aria da brava ragazza e il sorriso storto, se la fa con tutti; oltre i già citati Dawson e Pacey, finisce con: Jack (l’omosessuale), AJ (il saputello), Charlie (l’ex della sua amica Jen), il professore di Letteratura (strizziamo l’occhio a Nabokov, noi!) ed Eddie (il barista letterato).

Non mi perderò a ricordare Andie la pazza (fatta sparire senza pietà, con un viaggio in Italia da cui non tornerà. Grazie per la bella pubblicità, Kevin Williamson!), il già citato Jack, o Audrey (detta il troione da sbraco) per tornare a focalizzarmi su Dawson.

Proprio lui, il protagonista, alla fine di sei stagioni, quando tutti raggiungono un punto fermo e sono lì a vivere il loro lieto fine, decide di dare LA SVOLTA.

Breve parentesi sul lieto fine: questo, ovviamente, non vale per la compianta Jen Lindley –al secolo Michelle Williams, attrice acclamata dalla critica- che tira le cuoia nell’ultima puntata. Non sia mai che fra dieci anni tirino fuori uno spin off, alla 90210, con un bel triangolo fra Lily (la sorella di Dawson), Alexander (il nipote di Joey) e Amy (la figlia di Jen) e a lei venga la malaugurata idea di accettare la parte.
Tra l’altro, vista l’evoluzione di protagonisti di Beverly Hills in 90210 (Kelly che diventa psicologa, ndV), il ruolo di Jen poteva essere solo quello dell’insegnante di religione.

Comunque dicevo, il nostro, dopo tutto quello che gli succede in centoventotto puntate (amori- lutti- genitori che si separano- genitori che si risposano- esami- lavori- film realizzati- intorti- figure dimmerda con Eva- discussioni sul niente- il tuo migliore amico che ti si frega la donna- lezioni di moralità e legalità… ad libitum), si accontenta è felice di incontrare Spielberg, mentre la sua anima gemella, decide di (ri)trombarsi Pacey.

Il tutto, parafrasando Joey, per dire che Le persone crescono, Dawson! Evolvono! .

Ecco, io e Dawson no. Però lui ha almeno incontrato Spielberg.


*Nonostante il tono sarcastico, si sappia e non si dimentichi che Dawson's Creek è il mio teen drama preferito, over the top. Lo prendo in giro in maniera bonaria, ma lo reputo il miglior maestro di vita che abbia mai avuto.

venerdì 29 giugno 2012

Dei corsi e dei ricorsi storici

Non è che sono sparita, è che sto transitando.
Sono subissata di emozioni, di cambiamenti che mi ripetono che “tutto scorre”(chè i nostri giorni sembrano piatti ma mica lo sono davvero!), di bisogno di calma per respirare ed accettare.

Ci si mette anche Radio DeeJay, con la canzone dell’estate (son grandi da 30 anni e non si smentiscono! Ma mi commuove, giuro!) e con la fine di Chiamate Roma TriunoTriuno, a farmi venire il patema da cambiamento, che io non sono nemmeno un tipo emotivo, nonnò, e stamattina quasi mi vengono i lacrimoni sentendo salutare il Trio.

È stato uno strano giugno. Non brutto e non triste, ma strano.
Ci sono date che sembravano lontanissime e sono diventate “oggi” , sensazioni che sembravano eterne che non lo sono più, eventi che credevi irripetibili e che tornano.

Un po’ mi ricorda gli ultimi giorni prima della maturità, quando eravamo felici che quella gabbia chiamata liceo fosse finita, ma un po’ eravamo già nostalgici per un periodo che (ahimè!) non sarebbe tornato più.
Per la cronaca, l’ultimo giorno di scuola, io piansi molto. Anche dalle foto si notano i miei occhi rossi.

So che mi abituerò, ma un po’ tremo. Perché è un po’ di me che se ne va, come direbbe il Manuel nazionale.

martedì 12 giugno 2012

Dei viaggi e dei miraggi

Essere in giro significa: camminare, sudare, ridere, avere una stanza meravigliosa che sovrasta i tetti, fare il bagno nella mini piscina, mangiare tutti i carboidrati che non mangiavo dal 2011, misurarsi vestiti bellissimi ma troppo costosi, visitare il museo di arte contemporanea e restarne colpita, fare il brunch più figo della storia, sporcarsi il vestito bianco durante la cena come una seienne, vedere una coppia di sposi a S. Pietro di venerdì (do you know “Di Venere e di Marte né si sposa, né si parte, né si da principio all’arte”?), inebriarsi del profumo di tigli, entrare da Muji, fare colazione in terrazza sotto il pergolato, fare tante foto, passeggiare fra gli studenti che hanno finito la scuola, sbronzarsi in maniera imbarazzante, ascoltare Azzurro che importuna il turista di Hong Kong dicendogli It’s really a Chamonix Camera?, ascoltare l’attempato signore che ci prova con la dottoranda ventenne, trovare un libro che cercavo da un po’ e comprarne uno che so che lo farà commuovere, trovare un delizioso chiosco che fa ancora il caffè a 0,80 centesimi, impazzire nel negozio della Fabriano, innamorarsi di ogni angolo della Città, cenare nel mio posto preferito in assoluto, incontrare un’Amiscout storica e prenderci una birra (o una Coca Cola) e poterla finalmente ri-abbracciare, notare e ricordarsi di un baretto dell’estate scorsa, ridere con gli amici di Azzurro, sporgersi in taxi per vedere la città illuminata di sera, osservare per ore le stelle sdraiati in terrazza, provare tristezza in stazione, sentirmi a casa, pensare che non sembra una cagna in mezzo ai maiali o forse sì ma è comunque bellissima.

venerdì 11 maggio 2012

Firenze l'è piccina / e vista da i' Piazzale / la pare una bambina

Latito da un po’. Non per assenza di contenuti, ma per mancanza di tempo et voglia. Oppure a volte succede che sono stanca, che sono stata anche a correre e dopo la doccia collasso e non mi riesce a svegliarmi nemmeno per biascicare la buona notte a chi ho accanto.

Però sono stata a Firenze, qualche giorno fa.
Io a Firenze le voglio un po’ bene.

Da bambina andavo con i miei: mio babbo c’aveva fatto il militare e anche lui le voleva bene. Ci voleva andare sempre a prendere il caffè alle Giubbe Rosse e il gelato da Vivoli, mentre mia mamma tornava sempre carica di buste, che all’epoca la Coin e la Rinascente, a noi di provincia sembravano avanguardia pura.

Poi ho cominciato ad andarci da sola, sporadicamente in primavera, quando facevo il liceo. Andavamo al mercatino di San Lorenzo (che sembrava tanto grande e bello e invece è tutta chincaglieria per turisti) e a struffare il naso del Porcellino, che dice che porti fortuna.

Infine Firenze è diventata una frequentazione abituale durante l’università. Per tre anni, ogni mattina, arrivavo scocciata e trafelata dalla mia ridente cittadina e ci passavo le mie giornate intere. Il venerdì mattina, con Ciukino, ci regalavamo la colazione al bar (dove facevano il caffè macchiato con tanta schiuma e in tazza grandedi default) e ridevamo del cameriere più bistrattato che abbia mai visto. Andavamo all’Edison e alla Feltrinelli per le presentazioni dei libri, da Zara che da noi ancora non aveva aperto, alla biblioteca Marucelliana prima che aprissero quella di facoltà, al mercato della Cascine invece che a lezione, in piazzale Michelangelo che è il posto più bello di tutta Firenze.
Sono stata ospite di Ciukino e Momo o di vari compagni di corso per andare alla Flog, al concerto dei Subsonica al Sashall (ora Mandela Forum) che mi avevano regalato il biglietto, al giovedì universitario dell’Universale (esiste ancora?), al Central Park (esiste ancora-bis?) per festeggiare la fine della sessione estiva, per San Giovanni solo per sentire con le mie orecchie che “i fochi l'eran meglio quegli altr'anni", al Salamanca per la cena degli auguri con gli amichetti del corso. Sono rimasta anche solo perché avevo perso l’ultimo treno, o la mattina dopo avevo un esame troppo presto.

In quegl’anni lì, Firenze l’ho amata e odiata insieme. Mi costringeva ad una sveglia antidiluviana e mi faceva rientrare sempre tardi, era faticosa, calda e caotica, mi faceva studiare robe che non credevo e mi faceva sentire sempre in ritardo: praticamente mi sfiancava. Eppure ci trovavo la mia dimensione più di quanto non riuscissi a fare a casa, forse perché lì ero solo io, Viola, senza tutti i ricchi coittillon che avevo nella mia città. Potevo essere tutto e il suo contrario e questo mi dava un’ebbrezza che poi non ho più provato. Firenze m’ha salvata da tutta la mia rabbia e la mia tristezza, durante quegli anni.

Ci sono tornata adesso ed era più di un anno che mancavo. Ho camminato tanto, per visitare i miei posti preferiti, per affacciarsi in Ponte Vecchio, per mangiare il gelato alle Parigine, per passare dagli Uffizi et similia.

Solo poi sono passata davanti alla mia facoltà.

Sarei voluta entrare, ma poi ho desistito che ormai è andata e non c'è tempo per i rimpianti.
Tanto, alla fine, è andata comunque come doveva andare.